Archivio Mensile: ottobre 2011
This must be Sorrentino… or not!
C’è fervore fuori la sala, fra poco usciranno gli spettatori dello spettacolo delle 19.45 e poi sarà il mio turno. Eccoli! Tento furtivamente di rubare loro qualche espressione, di capire come hanno preso quest’ultima fatica cinematografica sorrentiniana: volti distesi, “bella fotografia”, “buona regia”, “meraviglioso Sean Penn“. Posso entrare tranquillo, le opinioni sono le solite – come potrebbero essere diverse? E mentre un pensiero nietzscheiano mi afferra la gola, mi dico: ci andrò piano e sopporterò.
Ecco: inizia. La prima imprecisione è che non c’è un Italiano, fatta eccezione per Sorrentino e il suo co-sceneggiatore (certo non ricordo tutti i nomi dei titoli di coda, quindi quest’ultima osservazione è passibile di smentita). Beh, provo a consolarmi, è un film americano-francese-italiano, una mezcla. Il fatto mi intriga.
Per quaranta minuti il film va lento, Sean Penn mi pare una lumaca zoppa, Frances McDormand (Jane, moglie di Cheyenne) è la stessa di “Fargo” dei Fratelli Cohen, meno protagonista e più superficiale. Quando poi si palesano la madre di Mary (amica di Cheyenne insieme alla figlia) e il suo dolore per la scomparsa del figlio, capisco che non c’è trippa per gatti, che da qualche parte si sta per insinuare l’isteria. Ma attendo, qualcosa accadrà.
Infatti: arriva una telefonata, il viso di Cheyenne si fa più triste, se più triste è possibile. La notizia della scomparsa del padre apre il film, lo rigira. Ecco Sorrentino, penso, poi… il padre ebreo,la Shoa, la ricerca del colpevole – il tutto farcito da un silenzio trentennale tra padre e figlio. Allora mi viene in mente un altro film, contrario per tematica, ma simile per produzione (americana): La ricerca della felicità, di Muccino Maior. No, mi dico, però Sorrentino è Sorrentino, gli ho dato sempre fiducia… e quasi a voler disturbare questo mia ennesima iniezione di forza, arriva il break, la pausa fra primo e secondo tempo, ma in Italia con la scarsezza dei nostri cinema non siamo abituati a pop corn e birra, quindi un po’ bestemmio, un po’ provo a non deconcentrarmi.
Quando il film riprende, capisco che la ricerca del nemico paterno, cui si accinge Cheyenne Penn ritarderà di molto la firma italiana a questa lagna. – D’altronde non si vorrà certo preferire lo spirito americano a quello italiano? -
Tralascio gli incontri, le tappe forzate del viaggio; tralascio l’intenzione di Sorrentino di fare “un romanzo di formazione”, per due motivi: uno, perché ha l’intera tradizione letteraria[1]contro; secondo, perché pur volendo estraniarsi da questa, avrebbe dovuto farlo con molta più cazzimma - e qui a Crapula ce ne intendiamo. Tralascio le risate del pubblico in quei pochi momenti d’ironia e vengo al finale.
“Questo deve essere il luogo”: questa città noiosa dell’Irlanda o quest’altra caotica degli States o quest’altra infestata dal qualunquismo, dal perbenismo, dal cattolicismo oppure quest’altra ancora nello stato dello Utah, fino a scoprire una bianca silenziosa immota distesa di neve, un deserto come tanti negli immaginari americani, dove campeggia un camper anch‘esso tipicamente americano.
Dunque è questo il posto, finalmente, mi dico, non ce la facevo più ad annoiarmi! Trovato il luogo ora, dopo due ore di incessante Sean Penn, accadrà qualcosa, la trama si scioglierà, questa volta Sorrentino mi ha fatto attendere più del solito, e tutti quei minuti di applausi a Cannes dovranno anche essere giustificati da un finale mozzafiato.
Così questo è il momento in cui la linea retta si curva e si traversa: alla voce sottile e bambinesca del doppiatore di Penn (Cheyenne nel film, ma forse sarebbe stato meglio metterci Alice Cooper o Ozzy Osbourne, per una più diretta immedesimazione!) si oppone e sostituisce quella grave di un nazista in fuga da anni, in fuga per non essere ammazzato – e chi non vorrebbe ammazzare un nazista? Non siate modesti e benevoli, amici di Crapula, non vi nascondete! – Ma qui, al di là di un incisiva non si va, e quindi per non scatenare una polemica pro o contro Sion è meglio tornare al film.
La voce del vecchio nazista narra l’evento cruciale, di cui lo stesso Cheyenne è ignaro, ricuce lo strappo che si era venuto a creare tra la storia padre e quella del figlio. Un personaggio esterno, si direbbe a prima vista, eppure un’ossessione che al triste Cheyenne è costato l’amore paterno, finché anche egli – il ribelle, il demoniaco dal cuore buono o semplicemente depresso – si rimette in riga, e ripaga il vecchio nazista con la stessa moneta con cui aveva comprato il disprezzo del padre: l’umiliazione.
E poi: il cambiamento. La scena finale pare essere tratta da una serie tv per adolescenti.
Ecco, Paolo – gli vorrei dire – la morale del tuo film ètroppomorale; non sai che ad avere a che fare conla Shoah, con i disperati ebrei, si fa questa fine. Non sai che loro sono il popolo più morale, e come puoi tu, che mi hai regalato emozioni a fior di pelle con quel finale spettacolare de “L’amico di famiglia”, ricadere in questa stupida fanciullezza, nel sogno americano del cambiamento?
Il film è finito. A me non resterà molto.
[1]Ci tengo a precisare, se non lo si è notato, che ciò che mi interessa è l’aspetto puramente narrativo.
Americana (freestyle mid-October bullet points)
- Sulla diatriba moderno/postmoderno, un granello (una goccia) in un mare di non-sense: è l’etimo, la radice (modo: or’ora, mommò).
- Sicchè in David Foster Wallace (d’ora in avanti DFW, o il suicida) il postmoderno opera come quel batterio che attacca una mirabile architettura testuale sul più bello, sul finale.
- Il finale imploso è un’interruzione di coito. Anzi è peggio. All’interruzione di coito si rimedia soli, in cinque minuti. Così, il naufragio del finale del romanzo breve “Oblio” (eponimo della raccolta di prose brevi e medie – e a tutto dire anche proprio lunghe – Oblio, de il suicida), il suo naufragio in una rete di aneddoti tecnicistici, a sbatacchiare ed uccidere un crescendo intenso ed articolato, bellissimo, tale naufragio: o è una scelta stilistica di anticlimax; o è una scelta morale sade-masochista. Un errore, nel primo caso; un sintomo grave di malattia nel secondo (la terminologia fisiologista di questo post è una conseguenza della rilettura di Aurora, pensieri sui pregiudizi morali di Frdrch “big time moustache” Ntzsch).
- La sottrazione di finale, tuttavia, in DFW, opera altrove in maniera mirabile (segnalasi: “Salomon Silverfish”; “Incarnazioni di bambini bruciati”). Qui, attraverso la sottrazione del dato reale, il pathos del finale esplode e risuona più intenso (il reale, il dato reale, è stupido, ottuso, anti-poetico).
- Due scrittori a confronto (una generazione li divide, per lo meno): Don DeLillo lavora di lima sul discorso, espandendone i limiti, per cosí dire, dall’interno, allargandone a dismisura la capacità. Il risultato è lirico par excellence.Il suicida, in cambio, fa e disfa le strutture di base (gli assiomi) che reggono il modo in cui il discorso si presenta. In De Lillo la voce è una categoria fondamentale, unica e indivisibile; in DFW la voce è spezzettata, fredda, ritrasmessa via cavo ed esposta sul lettino del chirurgo (in alcuni casi proprio un disco rotto; in altri piuttosto un seno rifatto, rifatto bene).
- L’unico artista americano che in fondo conosco per bene, dall’inizio alla fine ed ai piedi, in verità, è Kobe Bean Bryant.

