Archivio Mensile: febbraio 2012

La nausea della nausea ovvero l’equivoco del nodo

muse inquietanti

“Dixisse me aliquando paenituit, tacuisse numquam” V. M.

 

 

“Quando finirà l’equivoco? Quando?” Con questa domanda potrebbe iniziare e finire questo post. Potrei disfare ogni mia intenzione di scrivere, alzarmi da questa sedia e andarmene a passeggiare – e forse sarebbe più salutare per me e per voi, avventati avventori di Crapula. Ma non posso. Allora, visto che mi trovo qui seduto, voglio esporvi un mio problema. Così anche io sarò stato – come sono – un individualista. Come ogni individualista vedo le cose per quelle che sono le mia capacità visive,  abusando, come dice l’amico Fharidi, di questo senso, anche perché così è più facile per chiunque capire – vedendo, dico! E così vedo ovunque nodi sciolti. Vedo ovunque questa bellezza disintegrata eppure celebrata. Vedo i romanzi dei nostri contemporanei. Vedo le loro pagine web, i complimenti ricevuti, i dissensi della critica e il plauso per i premi. Vedo, ma vorrei non vedere. Eppure io sono un individualista, anche per me vale solo ed esclusivamente la mia esperienza, fatta di punti di vista – e credetemi, questo mi dilania. Preferirei essere cieco su molte questioni, vorrei non sapere che esiste il modernismo e il post-modernismo, il realismo e il neo-realismo… vorrei, ma ogni desiderio è così istantaneo che non si ha neppure il tempo di desiderarlo, che subito bisogna non-desiderarne un altro. Ecco, ho trovato un nodo, mi dico, e invece è solo un altro grumo di polvere, di quelli che si ammassano sotto i divani della cultura e che quando vengono fuori, sono applauditi, incensati. Come dire: è pur sempre qualcosa. In fondo la cultura letteraria del Novecento è di stampo post-hegeliana: una rivolta ideale contro ogni forma di rivolta concreta. Il vortice espressivo, la dissoluzione di ogni ordine in un ordine più alto: tutto questo è contraddittorio, come ogni altra deriva post-hegeliana in arte, in letteratura. Si dice e si pensa – e non viceversa. Ah la modernità! – che l’annuncio della caduta dei sistemi classici, causata anche dai vorticosi vomiti hegeliani, abbia prodotto un’arte più sincera, perché finalmente l’individuo – meccanicizzato e quindi non libero, direi, ma forse è troppo! – avrebbe potuto esprimersi in piena libertà. Se questo fosse stato uno scherzo, ammetto che non ci avrei trovato nulla di divertente, e se penso che in effetti non si tratta neppure di un inganno ma di verità, allora non mi resta altro che disilludermi – e mai, mai sospendere ogni mio giudizio!

“Allora, quando finisce questo equivoco?” Non ora – è poco, ma sicuro! – perché l’intellettuale sguazza così bene in questa melma, che non si interessa di mettere la testa fuori e respirare. Forse che questo intellettuale vuole morire affogato? No, non credo. Piuttosto vuole essere d’esempio, vuole che anche altri lo seguano, perché affogare è la sua virtù.

“E il nodo?” – mi faccio da solo le domande e mi do anche le risposte, perché santo santo è l’individualismo! Il nodo è stato sciolto, questa è l riposta. Ognuno di quei fanatici del Novecento – santo, santo è il Secolo Ventesimo! – l’ha dipanato in tanti sottili fili, ne ha smembrato la materia di cui era composto e infine – se una fine è possibile –tutti si sono gloriati o disperati delle loro opere (nel gergo del Novecento, la gloria e la disperazione sono praticamente la stessa reazione). E quasi li sento inneggiare, nei miei deliri: “il nodo è sciolto, amico, ti abbiamo dato la possibilità di perderti in ogni labirinto. Noi siamo gli ultimi, quindi solo a noi è toccato in sorte l’ultimo azzardo! Noi abbiamo portato fuori tutto ciò che c’era dentro, abbiamo svuotato ogni parola perché così ci è stato indicato, perché anche noi crediamo!” I fili intanto restano lì, pochi li seguono, in molti si disperano o abbandonano l’impresa. Eppure, c’è la lingua, si dicono coloro che hanno fiuto per gli affari. È dunque la lingua il problema. Non solo la parola in quanto mezzo, ma anche come fine. Forse, ormai, solo come fine. E l’esperienza, mi viene da chiedere a questi idioti, si riverbera nella parola o è substrato, poltiglia, che deve essere modellato? Se fosse così non troverei alcun’altra soluzione al nichilismo. – E, in fondo, non ho mai detto di volerla trovare. – La soluzione scioglie il nodo, ma lascia i fili dipanati e liberi. Crea e inventa limiti ulteriori e disfa il mistero. Forse non dovremmo più pensare che un nodo vada compreso nell’ottica dello scioglimento, ma all’inverso in quello dell’allacciamento. Bisognerà chiedersi che cosa l’ha stretto e continua a serrarlo. Dunque, mi dico, bisogna rimettere assieme tutti i fili, ricominciare da capo. È questo il segno, questo il labirinto. E chi sa, se alla fine della ricerca, almeno per qualche ora potrò riposarmi con Arianna.


Lo stimolo e lo sprone

se non l'enigma, cosa?

 

Dare per buona solo la propria esperienza, non c’è altro modo. (Aristotele ha scritto il contrario nel prologo ai suoi celebri e dissotterrati meta ta fusikà. E allora?) Allora una recente circostanza, un caso (un’opportunità) mi ha messo davanti agli occhi un’evidenza.

Mi sono trovato, di recente, a scrivere cose (la cui realizzazione ad oggi è solo una scommessa o una speranza) per il cinema ed il teatro. Così, per opposizione, sono riemerse domande sulla letteratura, sul suo luogo più proprio.

Con il compagno Quijano s’è discusso in abbondanza di quale sia, nel mondo 2.0, l’opportunità (lo stimolo e lo sprone) della letteratura: non quella di aderire ancora di più alle cose, ai fatti (una letteratura ultraengagée), ma al contrario di farsi luogo ancora più unico. Lasciare al resto delle comunicazioni globalizzate (il flusso) il ruolo di vettore informativo, di baratto biunivoco di ovvietà e farsi sempre più estremamente luogo a sè stante, autarchico: gioco e labirinto.

In questo senso, avere a che fare con le necessità logistiche del teatro e del cinema (il contesto della fruizione, l’udito e la vista tra le altre cose – non c’è senso più ottuso e abusato della vista) mi ha messo davanti gli occhi un’evidenza, una cosa tanto semplice come lampante: la letteratura gioca con processi molto più complessi.

La parola scritta come nebulosa elettrica – quel gioco dove si sfida il senso stesso ad apparire. Che si installa per definizione nella falla – nel buco – del discorso dimostrativo. Un gioco in cui più ci si perde più si trova.

Suona troppo decostruttivista tutto questo, troppo derridiano? No, nessuno ci obbliga a leggere le cose alla lettera. Viva il metodo mitico.

Viva il metodo mitico. Un amico montenegrino qualche tempo fa mi disse: “gli eccessi di Joyce (Finnegans’s Wake, con ogni probabilità) sono i limiti in cui noi oggi ci muoviamo, i pericoli da cui sappiamo doverci difendere”.
No. Al contrario. Sono i limiti che vogliamo tornare a superare.


Scontro al vertice (III)

Munch Urlo

Incalza la neve; inonda, da fuori, la sala stampa “Black Mamba”.
L’agone è bloccato. Bloom, canonico e calvo,  intima ai due condottieri la pausa.
“Un tè caldo, un latte macchiato. Un vin brulé, come volete.  Ma così non si può andare avanti, non ci son più le condizioni per il capolavoro.”
Schiller ringrazia con riverenza, s’aggiusta la parrucca leggermente inclinata dopo il vantaggio. – “O lo chiamavano Proschinesi?” così pensa Quijano.
Bloom rimugina il fallo in saccoccia, si passa oscenamente la lingua sulle labbra.
Omero invece non pare in vena di consigli. – “Il capolavoro va e viene, disgraziato! Coglione! Moderno!” Fahridi si  legge nel pensiero. “Moderno! Che tragica ironia usare una parola latina per un usteron proteron.” –
Omero non pensa nemmeno – “neanche questo si può dire, Fahridi; non fare l’Heidegger” – alza la spada, l’abbatte tra collo e orecchio di Bloom. Il rosso del sangue sprizzante dalle arterie schizza la candida neve, la testa rotola ai piedi di Omero. – “Il capolavoro pure va e viene, rotola.” Quijano si intromette nel riflusso trasversale –.
Dylan sbuca da sotto la panchina e improvvisa il primo canto funebre naso ed armonica. Gli uomini in campo attendono impalati, freddi.

Fharidi l’arabo non smette un secondo di ridere. “Per fare l’arbitro ci vogliono gambe e polmoni, mica la testa!”
“Quindi niente becchino?” Quijano esita. “Niente arbitro nuovo?” Si fa le domande e risponde. “E allora brindiamo!”

Il telefono squilla. L’arabo e l’ispanico si guardano, infastiditi, mentre quello continua a trillare.
Fharidi si alza, sbuffa.
“Ah! Sei tu!” sbotta Fharidi. “Allora?” È Eracle, inviato esterno, factotum, figlio illegittimo di dio. “Dove moira sei?
“Sono ancora in Tracia, Fahridi, ho avuto da fare, un fatto di pelo, contro pelo… si, ma non mi chiedere particolari.”
“E i pomi delle Esperidi?”Quijano s’incazza, scalcia. “Non lo sa che sono il premio della partita?
“Per mio padre, Fahridi!” Il tuono della sua voce sfonda la cornetta, conflagra dentro Quijano.  “Come grida l’ispanico. I pomi sono qui con me. Mi metto ora in viaggio, dovrete aspettarmi.  Non tarderò molto…”
“Comunque l’agone è bloccato, si scivola e non si vede. L’arbitro acefalo. Aspettiamo. Ma fai presto, figlio d’un padre!”
“No. La partita deve continuare, non c’è tempo. Così dice mio padre. Se lo dice lui… Voi che siete la voce, intanto, tu e quell’altro che dice di essere italico invece è ispanico – ecco, se proprio nevica, trovate un’altro luogo, spalatela, inventate. Giocate.”

“Giochiamo, Quijano?” Fahridi teso contro la finestra dubita con le mani. “E se poi non viene? Sento odore d’inganno..”
“Giochiamo, Fahridi! Che c’importa? Riprendiamoci la parola.” Quijano sghignazza, il santino di Tiresia sorridente nel taschino della camicia – come un amuleto.
“Così è, Quijano. Andiamo, blanditiae fallunt.”

Nel corridoio degli spogliatoi l’aria si è fatta densa. Nietsche passeggia di fronte alla porta. I suoi baffi dicono- o paiono dire: “Un macello! Io, nella porta? Mi aveva giurato l’impostazione, l’aedo!”.
D’improvviso Qujano e Fahridi sono sull’uscio della porta d’ingresso, la luce da dietro li fa indistinti, una sola poltiglia. Nietzsche spalanca la bocca, gli occhi, le mani – e anche il buco più sacro – e infine di uno furono due, e gli passarono davanti i cronisti.

“Si cambia campo” dice Fharidi, senza lasciar trasparire alcuna emozione.

Nietzsche schizza nello spogliatoio, tutto arrizzato. Dopo pochi istanti un tramestio di tacchetti si diffonde per il corridoio, mentre i due cronisti sono già alla fine – e all’inizio!