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Senza-io (Lo stimolo e lo sprone II)

Vogliamo fare due conti con la tradizione. E vogliamo fare fede alla nostra esperienza soltanto.

Siamo prima di tutto nicciani – questo vuol dire qualcosa. Uno non può temere i passi – uno a uno, sudati o contati – i traguardi della propria esperienza. Anche quando questi insinuano strane cose all’orecchio – siamo mitomani, facciamocene pure una ragione.

Io mi sono scoperto leggendo Una stagione all’inferno. Di colpo, tutta una genealogia s’è fatta presente, s’è imposta. C’è stato un momento in cui regalavo ai miei amici Van Gogh, il suicidato della società di Artaud, perchè il suo tema era quella genealogia. Ne fai parte anche tu? Sei con me o contro di me? – era la domanda implicita, fin quando io stesso non ho scoperto di essere contro di me. Contro di quella genealogia, voglio dire.
Quella genealogia percorre la linea continua dei poeti alienati. I poeti alienati sono gli ultimi baluardi dell’umanismo sulla terra.

Siamo nicciani per un unico motivo. Il pensiero – quell’insieme di punture nervose e collettive – è un’arma puntata alle tempie di chi lo pensa. Fendere l’aria non basta, bisogna colpire i tessuti.

Uno strano senso di compiutezza viene dal seppellire l’umanismo, come risalire da una lunga febbre. Uno riprende le forze, si mette in piedi. L’occhio vede, e non deve giustificare a qualcuno cosa vede. Uno si alza e sente la macchina da sopravvivenza funzionare come deve.
E allora proprio i prodotti più sofisticati del pensiero diventano i più putrefatti – “il posto puzza” scriveva lo stesso Artaud. In questo senso, il più putrefatto di tutti è il soggetto, quel luogo privilegiato del pensiero che a lungo ha evitato di puntarsi la lama sui lobi. Ha giocato a scansarsi, noi lo abbiamo colpito bene in faccia. Premendo da sopra coi pollici veniva fuori qualcosa dal naso, grumi di materia vischiosa. “Quello è il cervello, non altro – coglione. Nemmeno fritto ti piace?”
Non che ci interessasse sostituire una finzione con un’altra più adatta ai tempi. Dovevamo però togliergli il podio da sotto, al soggetto, umiliarlo. Soprattutto sottrargli quel tono aulico di cui tanto si sentiva in diritto, manco fosse il ricettacolo indivisibile di qualcosa.

Togliendo la lirica di mezzo – l’idillio senza fine del soggetto – abbiamo tolto l’uomo di mezzo. Dal podio, voglio dire, da quel quel luogo in cui si sentiva in diritto di dire io. Io un cazzo. La parola un cazzo, se permetti, signore. Così abbiamo rimesso l’uomo al suo posto, a giocare tra gli altri pezzi – animali, vegetali e minerali.

Ecco, allora, quella linea genealogica. La genealogia dell’io – così sopravvivente, ancora oggi – noi non ci sentiamo diversi da quella, noi ci sentiamo migliori. Per questo, oggi, dobbiamo reinventarci tutto un sistema di segni e una voce (non un grado zero, un grado “c’è sempre un più fondo”) per potere anche solo dire qualcosa. Andare indietro nel tempo fin dove io svolgeva mere funzioni pronominali – il discorso, non chi lo dice – e in avanti di nuovo.
E soprattutto, compiuto il fatto, il seppellimento – fingere di non sapere, dissimulare. Fare finta di niente, fino al momento opportuno.

Così adesso ci troviamo quasi senza voce, quasi senza cose da dire perchè queste già al venire a galla sfiorano il limite dell’intellegibile – vogliono tornare sotto. Solo la musica ci viene incontro. La musica – quell’insieme di segni ad alto impatto fisiologico senza-io – ci dice continuamente che questo è possibile.


Edizioni Crapula: Scirocco (II)

Alonso Quijano è tornato. Torna, se ne va, lo mette e lo leva.
Glaucopia, la donna alla finestra è la seconda stanza di Scirocco, un poema di Alonso Quijano.

Pagina correlata:  Scirocco I

 

2. Glaucopia, la donna alla finestra

“Che cosa offusca la mia vista? Forse ho gli occhiali appannati!”
Disse l’assetato, dopo una lunga pausa, gettando lontano la piccola pietra
che stringeva ancora in mano. Sotto il ciglio della strada sgattaiolò un topo.
Anche quest’essere, questo untore, ha schifo di me! Mi fugge.
Movimento, movimento – pensò – e acqua, mi sto seccando.
“Perché, sempre più solo, parlo esclusivamente con te?” chiese all’ermafrodita
- la voce dell’assetato s’era fatta tremendamente asciutta, quasi ingrata
usciva dalle sue labbra viola. L’ermafrodita sghignazzò, poi si inventò solenne:
“Tu mi piaci. Se non avessi quell’affare lì in mezzo alle gambe,
anzi se non avessi tutte queste manie, sorvolerei pure sul pendolo…”
L’assetato la osservò di sbieco, poi indifferente tornò ad annoiarsi
e a formulare pensieri casuali, come tutti i buoni pensieri.
La sua gola bruciava da tempo. Ogni tanto sbadigliava
e soffici nuvole di fumo fuoriuscivano dalla sua bocca
e salivano lente, sfaldandosi sotto la pressione della gravità.
L’ermafrodita giocherellava, provandosi a imbrigliarle con fili di plastica
o a risucchiarle con cannucce, pescate mentre nuotavano
nel rivolo d’acqua di scolo, lungo il marciapiede.
Intorno si muoveva la gente, conficcata nelle scarpe come alberi nei vasi,
e si iniziava a sentire da ogni lato provenire un suono di molte voci,
il frusciare dei vestiti e del fogliame dei pensieri interpretati
con parole sconnesse, provenienti da bocche irriconoscibili,
e quel vento che soffia dalla gola e dallo stomaco stordiva
e sfumava la realtà che si abbigliava. Era mattino.
L’assetato si scosse, s’aggiustò i capelli e forse sorrise.
Un’aria fresca, narrativa, si spalancò tutta dalle finestre
infiorate e spumeggiò negli sbuffi dei deodoranti alcolici.
Una donna, lunghi capelli e braccia dorate dal sole, si strizzò nel cielo,
miliardi di respiri si concentrarono e sbocciarono nei suoi seni
e le labbra schioccarono. “È mattina, ne sono certo” si disse l’assetato,
e per la prima volta da sempre parlò da solo, dalla sua gola,
e l’ermafrodita non capì, forse neppure sentì, perché amava sé stessa,
rannicchiata dietro un lampione, con quella mano elettrizzata.
L’assetato la cercò con lo sguardo e rise di lei. Rise con tutto il suo corpo
che vibrava – era una corda, un ramo, un cerchio nell’acqua
o qualsiasi altra cosa che la trapassa e la scuote, perché le metafore
erano cambiate e non sia aveva tempo di inventarsene una nuova
che subito, nell’attimo dopo, bisognava crearne una più ingenua ancora.
L’altra si scuoiava freneticamente il piccolo pendolo pendolante
con una mano, ansimando, mentre le labbra colavano e frignavano,
quando la donna si sporse alla finestra, e rise attraverso quel rettangolo
lì in alto, nel silenzio dell’aria sottile e libera, finché migliaia di corde vocaliche
non avessero ripreso a vibrare simultaneamente cicaleggiando
nello spazio, confusa ogni lingua in un mormorio distante.
L’assetato si mise a sedere, si tirò accanto l’ermafrodita e disse:
“Ascolta tu, cosa che strisci, smettila di muovere quella mano.
Qui abbiamo altro da dirci, altro da vedere. Non è finito niente!
Abbiamo tempo, cosa ripugnante, e se dici di essere paziente e terribile,
ascolta: sono tre giorni che non bevo, tre giorni non prescritti
da nessuna improvvisata superstizione, tre giorni prosciugati
dal desiderio di acqua… non è finito niente, perché continuo ad avere sete.”
La donna alla finestra canticchiò qualche verso, con quelle labbra
esposte all’esistenza del suono e alla sua riproduzione.
L’ermafrodita taceva. La donna cantava. L’assetato ascoltava il silenzio di una
e l’allegria dell’altra. “Oh, questo giorno se ne va via lontano!”
sillabava alla finestra, mentre le mani strizzavano i capelli gonfi d’acqua.
“E dove va?” le urlò l’assetato. “Dove andrà, se è appena cominciato?”
(Insistette nel’urlo con quella voce che s’era fatta garrula e quasi afona.)
La donna si sporse, che quasi ormai volava ed era bella
nella sua carne tornita, bella come una donna che piace a un uomo.
Parlò – ma prima parve intonare la voce con due vocalizzi, due sciacqui
di note, sempre ridendo, sporgendosi più sbilanciata fuori asse,
che si videro tutti i denti e le gengive e il ricamo del palato
e la lingua e qualche filamento di saliva – disse:
“Mi chiamo Glaucopia, vivo di notte e di mattina vado a dormire.”
L’assetato la guardò sbigottendo. Stentò un sorriso
come il naufrago che da lontano osserva la spiaggia che l’attende
e sente, nello stesso momento, la tristezza per l’abbandono del mare,
così l’assetato da lontano guardava la promiscuità di quei seni fioriti
e, nello stesso momento, lo assaliva il desiderio di darsi la morte.
“O triste, non puoi nemmeno piangere. Perché non attraversi, non vieni a me?”
- ancora con più dolcezza – disse la donna alla finestra, emozionata,
dopo che s’accorse che quell’astuccio d’uomo era fatto più di sale che di acqua,
perché in luogo di calde lacrime, crisalidi ialine gli pendevano dagli occhi.
La voce dell’assetato faticava a darsi un contegno, se ne stava
strappata e rotta, in punta di lingua, dopo che l’ossigeno
s’era districato tra ragnatele di secchezza fino alle corde,
scariche di tensione e flosce – maligno appiglio per ogni futuribile parola
– ed era infine giunto, trasformato in voce, in punta di vocali e stanco,
trascinandosi dietro il trapezio, sul ciglio della bocca desertificata.


Edizioni Crapula: Origini

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la chiappa soda


                        “Va bene, allora avremmo messo una bella scritta al neon, grandissima, in cima al Vesuvio, così che ognuno potesse leggerla: CHI RESTA SARA SOPRAFFATTO”.

Raffaele La Capria, Ferito a morte.

Tre ore per farmi un biglietto ‘sto cazzone…e dove vai? E perché? Eh, sì! Al nord profondo me ne voglio andare, al freddo, lontano che il sole qua prende sui peggio liquami, e non si vede e non si sente altro…fosse solo merda, la merda io pure ci starei, che c’ha di male questa a parte puzzare? Invece no. E’ il verminaio che ci sbrodola attorno, tutto tranquillo come una specie protetta. Qua so’ secoli che il parassita non solo sguazza, si stende, trionfa: é  l’unico vivente. Il resto si adagia a succhiare come quello – io qua non ci metto più piede.
Ecco. Sto treno è un relitto ma pure deve andare, nove ore da Napoli per arrivare a Milano, poi otto ancora a Strasburgo, cinque a Bruxelles, tre per Amsterdam. Da là poi si vede. Una notte e un giorno almeno di viaggio, hai voglia di bestemmie. Per dire, la bestemmia è il poema dell’anima pura, tutta quella forza sopita, il fuoco, il sangue e il petto all’infuori…tutte le canzoni che ho scritto negli ultimi tempi sono un’unica bestemmia, lente, spinte, sussurrate o sature poco cambia. E quelli invece che mi volevano fare…”Ti vuoi fare i soldi? Devi fare come quel cazz’in culo famoso, canta di strade, di morti ammazzati, denuncia tutto lo schifo in rima”…sì, poi mi fanno Falcone honoris causa…senza le bombe no, però! Lasciatemi almeno le bombe…Invece io me ne vado, e vi fotto.
Faccio la fame per strada? E che fa? Mi azzecco in un parco colla chitarra  pure un albero per scopare e dormire lo trovo. Uno spaghetto mandulino vongole e cazzimma? Eccolo, due stelle Michelin. Poi sì, mi voglio pure fare. Fare assai, di notte e di giorno, per strada e sul divano, alla luce patente; così la melmaglia la caco tutta fuori all’aperto, ma con ciò mi purifico e rinasco, non come le cavie del clan Achille Di Lauro. Mo però fatemi dormire.

‘Sto cazzo. E come si fa a dormire? C’ho le pupille a cazzo duro, sbattono sbattono e non si chiudono. Le mie pupille tantriche. Possono solo stare a guardare, trasfigurare. ‘Sti criaturi coll’olio di frittata in mano, i pantaloncini sbiaditi, i sandali rotti che mi corrono in faccia…vanno con mammà a trovare papà terrone…che da loro scappo? No, cristo supino! No! La polvere azzeccata ai polpacci, a tunnel e sombrero sull’asfalto finché proprio non si vede più… e chi se lo scorda? Chi sa se giocherò mai più a pallone così, coi miei compagni titani. L’angolo alto, il pizzo, l’ascella insanguinata di Prometeo. Non ci sta più nessuno, questo è il fatto: sono tutti diventati qualcosa, spaccino, architetto, morto ammazzato; titano so’ rimasto io solo, e me ne vado.
Lo zaino, va’, là sotto. Ci sta ancora mezza bottiglia di J&B e un’acqua fredda. Zio pulp così insegna, whiskey con acqua e ‘a maronna t’accumpagna! Ti fotte un po’ così, sirena, ti piglia e non la senti, tu col fegato bendato, Odisseo, a morire dalla voglia. Zio pulp Bukowski almeno c’aveva le palle, mica come quell’anima pia di Sartre. La cultura è lo specchio critico della società; sì, fondotinta e rimmel a palate.
Mo me lo fumo un coso nel bagno, mi canto pure una canzone;  e se ci trovo una bella ninfa mi metto a fare il giovin poeta biondo.

E guarda un po’ là che ci sta, appoggiata al muro…una femmina bruna. Esco nel corridoio allora, prima  mostro le credenziali – la chitarra – poi resto nel suo sguardo, rido.
“Dafne, senti guarda io non mi lavo da due giorni, però sono bello, nel bagno c’é una canna, un’orgetta e un’ode per te”. Quella mi guarda, sbalordisce, indaga. Ci ho preso: sorride. “Apollo, è una vita che aspetto.” Andiamo allora, la ferraglia barcolla, ci aiuta a farci vicini; pure a lei una doccia non guasterebbe. Nel cesso minuscolo, come due occidentali, ci suddividiamo il lavoro ciascuno secondo le sue competenze: io canto, una canzone da viaggio da orgetta e da canna che mi piace tanto, Sweet Jane, di un alter ego mio ancora vivo; lei, che c’ha il piercing al sopracciglio, chiude il coso. Al mio invito lo accende mentre io, al ritmo festante del ritornello che ho già cantato, pezzo pezzo sbottono là sotto. Adoro il nudo a metà, c’ha un che di precario, incatastato, sottomesso. Io da sotto comando e ti rendo servigio. Tu invece Dafne o ti fidi e godi o vattene affanculo. Il clitoride pure fa uscire pazzi; all’inizio è più difficile da suonare di un violino. Poi però vedi, c’ha un tasto solo, puoi improvvisare. Il violino invece lasciamo stare.
L’orgasmo da nudo a metà viene improvviso come la morte violenta. Dritto senza moine, e così la bruna tutta spalancata. Io mi fumo ‘sto coso e di colpo non tengo più voglia; mi fa sempre sto cazzo d’effetto spirituale e mi commuove. Dafne però mi porterebbe con sé ovunque, bella voce e dita sensibili. “Vado a Latina da mia madre, fermati da me qualche giorno, la casa è vuota”. “Dafne stupenda” le faccio “tu c’hai un viso bianco, un interno coscia melone di pane. E una fica sugosa, ti riempirei di gioie. Però a potere non posso. Me ne vado da qua, capisci? Sto cercando una cosa che non riesco a dire ma che qua non c’é.”
Lei mi guarda più strana ancora di quando l’ho spalancata. Mi mette a sedere sul cesso, mi abbraccia. Piange. Stiamo ancora ad Aversa, deve pensare, fino a Latina per l’addio ce ne vuole. Allora ricambia il favore:  con la mano sinistra, lenta, una presa che prende pure le palle e dondola – il dondolio segreto che fa l’abbondanza. Smaltito l’effetto spirituale del coso mi mette diritto e mi monta; coi piedi a leva sulle sporgenze laterali del cesso, mi abbraccia e monta. Piangendo le vengo dentro: ti amo, Dafne di pane o come cazzo ti chiami.

Via la bruna, con lei nemmeno un decimo del viaggio. Odi et amo l’orgasmo di merda. Mi slaccia la mente, retrocedo a uno stadio animale infimo, come l’ignobile italiano medio davanti alla televisione. Mi attacca la dipendenza e la paura.
Sto andando o scappo? A resistere così cieco gratuito ci vuole la corazza di Vulcano. Se non la trovo che faccio?
Mo mi viene in mente mia madre, quella miseria di vivente sfondato di soldi e  rimpianti. Solo le cose ci stanno; le cose i denti bianchi la carriera le maniere buone  i voti gli esami io voglio la vita elettrica e voi fate schifo perché non l’avete mai nemmeno pensata.
Mammà a disperarsi quando me ne sono andato, i capelli in mano la cenere in testa…mica me la ricordo una volta che non piangeva…pure se il parrucchiere le faceva storta la piega le scendeva la lacrimuccia. Ci penso e la paura se ne vola. Grazie mammà: la corazza di Vulcano ce la dovevo già avere se da voi me ne sono uscito intero. E papà –  questo nome che è convenzione, brevità di segno, che se no come dovrei dire…sborra schifosa idolatra, tu mi hai maledetto e io pure; se mi viene male guardati le spalle. Questo non finisce, questo è eterno, capito? Ci ho già sputato mille volte sulla tua faccia altera del cazzo. Manco dio ebreo si pensava più saputo di te – Giove tonante ti fulminerà gli stinchi.
Mo basta però, la paura basta. Chi beve con me? Oh! Che da fuori si vede le forme di Roma ladrona! Brindiamo! Viva le cupole, il cucchiaio der pupone!
Forse grido; uno di fronte coll’occhio dell’est mi guarda male…proprio tu dico? Con tutti i cazzo di nasdrovije che hai urlato in vita tua vuoi vedere che mo ti offendi? Fottiti, se non la vuoi sta mezza bottiglia pulp me la finisco io.

Cristo gentile ho dormito! L’incubo mi viene dietro, il demone dentro di me…io mi guardo bene dal maledirlo: lui mi ha scelto, io pure l’adoro. Mi ha detto nel sonno, così: guarda. E mi mostra sussulti, tremare di croste, aprirsi di terre sotto i piedi. Io dentro cadendo a precipizio ma lento abbastanza da vedere l’altro, una folta folla d’altri danzare e guardarmi cadere. Che spettacolo. Io che li ho già maledetti e loro, pure loro vogliono vendetta…E chi sono io per negare una vendetta? Venite! Venite e prendetene. Io c’ho la vena abboffata di vita pulsante, mi ci hanno mandato qua apposta, adesso, per voi. Ché se no sarei stato altrove, ve lo dico. A vagare per l’Ellade scabra a scoprire il fulmine e il discorso. E invece mi trovo qua in mezzo: macchine unte, onde catrami e cancri ai polmoni. È che qua ci sto apposta per questo, io mi prendo il catrame e lo sputo fuori per mostrarvelo, perché voi se no ciechi, stronzi!
Io vedo, così in sogno mi ha detto il demone amico mio.

Così sbuffando c’ho il culo in Gallia Padana. La ferraglia si ferma a Piacenza che sono le cinque del mattino. Ci sta un gruppo di giovini al binario, gli grido insulti terroni in dialetto. Il dialetto mio del golfo di Napoli, sotto sotto il Vulcano con influenze flegree, c’ha vocali potenti e distorte come i wha-wha dei pionieri. Quelli fanno per venire vicino, io faccio per scendere e pigliano paura. Faccio ‘ste cose ogni tanto, manco un ultràs, che c’ho una voce dietro le nuca, mi pare invincibile, dice “simmo ‘e Napule c’avita fa’ ‘o bucchin’ ”. Mi viene così, a gettate di adrenalina.
Eppure me ne vado, parto, non si capisce. Io stesso, dico. Non lo so, questo buco senza contorni pure lo devo guarire. E vado allora, scappo. Perché tanta munnezza tutta insieme l’ho vista solo a casa mia: santo martire o dio mariuolo – in mezzo tutto liquame, e io questo lo sputo fuori.
Però ci sta pure un’altra forza a casa mia, una cosa che così densa pure l’ho vista solo là, ed é il doppio preciso di questa melmaglia. Quella forza che c’avevamo io e i compagni miei titani: la vita nuda, una scarica dritta dritta nelle pareti pare mescalina –
con questa cosa dentro uno viene fuori e non si libera. Poi però viene il punto in cui la devi sistemare, e allora: dio martire, santo mariuolo o ameba di mezzo. Tre ruoli di merda, se permettete. Io forse c’ho un po’ di sangue vichingo, che ne so; al nord me ne vado, volo.

Milano, scendo. La capitale d’Europa in Italia; sai che gioia allora st’Europa odierna…Il treno mi parte tra un’ora, gironzolo. C’ho un bagaglio di piuma e chitarra, un pezzo di legno scarso però pure lo faccio suonare. La stazione tempio del fascio – per l’architettura almeno erano buona committenza. Fuori grigio, il caffè fa schifo. È che quando ti abitui alla crema densa  pastosa non c’è uscita.
Quattro vaganti in piazza, appena fuori, strimpellano, vado. Suonicchiano proprio, roba da spiaggia o naviglio. Saltello, ci vado, gli offro uno spino di fumo scuro come il mare nero – altro che Secondigliano, questo me lo porta un amico mio che tra i ruoli vari da assumere a casa ha scelto la libera professione.
A quello che canta gli piace, m’invita, denudo il chitarrino. Stanno suonando un folk leggero, li seguo col pezzo di legno mio. La maggiore; amici cari, in questa tonalità vi scortico l’anima. Improvviso, canto senza testo, solo significante – adoro le vocali; blu, verdi, rosse me le prendo di ogni dove. Quelli mi guardano commossi – forse il fumo, forse sono io. Uno mi abbraccia, tutti a farmi complimenti;  io che c’ho ancora abbastanza liquore in panza gli faccio  “che ti credi polenta? Io vengo dalla bocca del Vesuvio, voi stavate ancora sugli alberi a parlare francese quando noi vi abbiamo portato la musica”. Ecco, ricasco. Giustamente quello s’incazza, un altro si alza e fa per andarsene, quello è sopra di me che me la rido, mica li credo capaci di alcuna violenza…Quello sta sopra di me, uno scimmione. Mi prende di peso mi butta nella fontana. Col naso giusto sul cazzettino di pietra del putto da cui viene fuori l’acqua, che quasi glielo spezzo in due, fantasia pederasta…meno male che è freddo e acqua, il sangue presto si fa rosso duro. Poi ‘na doccia ogni tanto non guasta, nevvero, Dafne di pane?
Ma io le mazzate me le so tenere, me le merito proprio. No pain no gain dice il detto esotico di mezzo alla strada, e io con lui. E ne ho prese di enormi, tutte me le so’ sudate.  Una volta a Castellamare, c’avevo diciassette anni, suonavo in un posto sul lungo mare. Stavo io chitarra e voce, un basso amico mio e il batterista che mi so’ praticamente cresciuto. Tra un pezzo e l’altro faccio una bella dedica sincera alla gentaglia melmosa che ha trasformato la baia bellissima in selva di topi e di fanghi. Funzionari politici e mafietti. Allora mi sentivo dalla parte della gente, ero ingenuo – mo c’ho vent’anni e la gente non esiste più. La gente è un’ameba schifosa. Insomma a uno che stava là di passaggio a bersi un amaro la mia filippica non gli garba propriamente. Viene da me, prende il microfono, si rivolge all’udienza inzuppata di malto: “Ma ‘stu guagliunciello chi si crede di essere? Che lui c’ha mai provato a governare un posto così, come dire, sgangherato? Io penso che cazzate così non le dovrebbe dire”. La platea lo asseconda cacata sotto ma in fondo svogliata. Poi mi guarda “Mo riprendi, ma basta stronzate”. Io che dovevo fare? C’ho in mano un bicchiere, ne faccio arma. Gli tiro in faccia cinque euro di rhum e coca, alla facciaccia sua. Quello si fa afferrare per pazzo, mi vuole acchiappare, lo tengono, io però so’ smilzo, me la svigno ridendo. Il concerto, come d’uopo, addio, caput, finito. Questo però se la lega al dito, e figurati, capuzziello testa di cazzo. Allora mi fa seguire, e un giorno pure mi acchiappa. Torno a piedi nella Torre Annunziata mia devastata e bella, cerco un passaggio. Quello si ferma, mi prende, io neanche me ne accorgo che è lui; a melmaglia così c’ho sputato sopra tante volte, mica tengo inventario di tutte la facce. Lui allora, forte più ancora della mia sorpresa, mi piglia col gomito sullo zigomo sinistro, prende una stradina laterale mentre io ancora stordisco e mi finisce. Naso bocca e costato da chirurgia plastica. Mi lascia per strada. Allora scopro proprio il sapore del sangue; il proprio sangue, dico, il dolore. Me lo cullo, da allora. Lui stesso mi ha dato la misura del buco che devo entrare. Il dolore cumpagno mio.

Con la mente ho viaggiato ovunque. Conosco il globo intero, io e Allen Ginsberg abbiamo scoperto le Americhe. Coi miei piedi neri miei però meno, molto meno. Mo che passiamo le Alpi, si può dire che valico Italia vergine. E allora? Le vacanze del cazzo con mammà in Costa Azzurra e le borse di pelle, le zizze al vento mica valgono. Mi perdo così, ricordi mitici di viaggi. Alessandro a rifare l’India, Annibale nel traffico sul passo del Brennero; in elefante. Nel vagone ce n’è uno baffone, parla francese, forse è svizzero. Mi da a parlare pure se puzzo, buon segno. Vuole sapere che annoto sul mio quaderno tutto carta di riso. “La bohème” gli dico. Ride forse capisce.
Non so, valicare frontiere mi mette scariche elettriche ovunque; prendo la chitarra allora e gli canto una cosa, una mezza idea che pensavo mentre il polenta mi sbatteva il naso nella fontana. Una cosa che sale, con strofe e armonia semplici, versi brevi. Un ritornello base e molte assonanze. E vocali – zio canto sono un albero. Ci sono cose da fissare però. Ci sono sempre cose da fissare e pure la perfezione è un morbo che non posso smettere: non finire mai di cercare, ma cominciare. Lui pure gode a sentirmi, mi pare. Fosse anche bello qualcosa pure succederebbe…
Poi tremo. Stiamo in Svizzera, primavera inoltrata eppure densità di neve. Il baffone scende e ne entra un altro. Cioè quello che scende è simbolo, segno, di un altro che entra ma non proprio fisicamente; dovevo capirlo. Stiamo a Basilea e mi vengono le lacrime. Federico Nietzsche baffone, qua sopra, cento cinquant’anni fa. Mi esce una specie d’inchino commosso, manco post-comunista il 25 Aprile.
È colpa tua, baffo, tu mi hai messo in mano la lira di Orfeo; io ci provo. Tu mi hai messo negli occhi una cosa che all’inizio non si vedeva e le trippe si rigiravano. Poi invece più chiaro, dieci volte più fondo s’è visto dentro le cose. Tu mi hai messo quel demone di taranta nei piedi; e la bugia, la maschera nella lingua.
Apro gli occhi di nuovo, un sorso, e cambio; butto giù la statua. Tu proprio, baffone, mi vedi? Puzzo. Viaggio, parto, scappo perché devo; come te d’altronde. Però non c’ho una lira. Dimmi un po’ tu come hai fatto a girovagare e scrivere e scalare montagne per vent’anni…Dillo! Una pensione a vita dalla scuola di gobbi di merda dove insegnavi! E perché poi? Infermità, dolori di testa e crampi allo stomaco. Renditi conto, maestro, se mi visitano a me oggi con tutto lo schifo sovrumano che mi bevo e mi faccio mi fanno medaglia al valore, eroe della patria. Non è giusto, maestro.

Mi torna una cosa strana, battiti di tempie: la paura. Non che non ci sia abituato, mai dire questo di me; io ci sguazzo nella paura. Pure fa male. Mi prende da dietro e quello che penso non dico, ci stanno i mostri là sotto. Trovare la misura, il buco senza contorni.
Mal di mare sulla ferraglia, la bottiglia non aiuta più, al contrario. Uno allora si aggrappa a quello che può – penso le origini. E che sono le origini? Nato da fica con mèches, morto di vari catrami; questo è tutto? No, non è possibile, non così. Allora a galla tra mostri e ferraglia, per una attimo, la testa riprende la superficie. Dice: io, la mia vena abboffata, la nebulosa elettrica, la terra umida, le radici. Mi rivedo, la terra vulcanica calda; intorno l’inferno radioattivo, il deserto metallico, papiri infangati e chiese rococò. Giù da me siamo in tanti a sragionare, io però ne voglio fino all’ultima goccia, me ne vado.
Mi rivedo, i compagni miei titani. Chi sa dove stanno, ognuno il proprio destino di satiro… Ricordo cose stupende e non mento: noi – studenti sanguigni delle più disparate lettere – tutti allucinati una volta discutendo come demiurghi per le scale di un androne rinascimentale. La parola o la vita, a inventare il discorso; la scuola filosofica di Atene sotto al vulcano. Ce n’era uno riccio e biondo tale e quale al putto della fontana che ho evirato qualche paese fa.
E ancora noi titani una volta in una loggia di quella caserma lasciva – chi di dovere la chiama Università – a giocare con le cose proibite più leggeri della pietra pomice. Era la festa di qualcuno ma in realtà era sempre festa; noi tutti pieni di liquidi e spezie a celebrare la vita fremente, in mezzo un’euforia panica. E danzando danzando pisciare, dal balcone della loggia, sulla corte interna dell’edificio – la platea educaticcia della cultura. Gialla come l’estasi di Santa Teresa, ma profana. Letteralmente: gli ombrelli a ripararsi non bastavano. Vi amo proprio compagni titani, voi siete la vita.

Il fumo è finito, la bottiglia e il sonno sono ormai nemici giurati. In Alsazia, stanco. Canticchio una canzone del principe, Buonanotte fratello, mi tiene calmo. Fuori c’è un verde denso, la foresta nera dove quel coniglio svevo di Heidegger veniva a sentire gli dei parlare in greco antico. ‘Sto cazzo, io sento solo la ferraglia stramazzare sui binari, e sputi gutturali dalla bocca della gentildonna di fronte – se non è tedesco questo mi devo rivedere il manuale di linguistica daccapo. C’ha un occhialetto che tira pompini, io mi innamoro solo dei dettagli – da come mi guarda, di fatto, devo essere tornato presentabile. O lo sono sempre stato. “Lei dov’è diretto giovane signore?” mi fa, in italiano petrarchesco. Io mi guardo le scarpe, mi viene da dire, con il mio cantautore preferito: “Sulla cattiva strada, lei ci verrebbe con me, gentildonna?” Ma non glielo dico, sono stanco e si sente. “A nord” mi limito a emettere. Lei sorride e si sente di aggiungere “c’è ancora tanta strada da fare”. I suoi seni straripanti mi ricordano una fanciulla che ho amato e che è finita a schiaffi. Li squadro senza nemmeno saperlo, lei non si scompone. “Il mio nome è Katrine, sono una ragazza tedesca, studio in Francia, a Strasburgo”. C’è una assenza di pudore nel suo fare che mi rimette lo spirito del gioco. “Cosa studi Katrine? Io sono Mario, giovane pittore veneziano”. Lei si fa più vicina, lo scollo del petto ha un odore. “Interessante, io studio biologia. Io non sono proprio erudita in italiano” qui arrossisce “però il tuo accento Mario, se permetti, mi pare avvicinarsi di più a quello del mezzogiorno”. Cara mia qua sei in trappola: “Hai orecchio, giovane studentessa, in effetti i miei genitori vendevano il pesce a Napoli prima del colera. Senti, io adoro dipingere busti, ti andrebbe di posare mezza nuda per me? Il bagno del treno è abbastanza grande per entrambi”. Se è ciuffo di pudore o ormone in allerta non so, fatto sta che qualcosa nel viso suo si fa porpora di nuovo. “Io adoro l’arte pittorica più della scultura” mi fa, “parla di più alla mente. Li hai con te i tuoi strumenti per dipingere? Se vuoi altrimenti ho una macchina fotografica, potrebbe essere una buona base per poi sviluppare il disegno”. “Mi bastano i tuoi seni, poi un foglio e matita. Questi ce li ho sempre a portata di mano”. Lei si alza allora, fa per chiudere la porta del compartimento e la tenda. “Senti Mario, penso che qui dove siamo è meglio che in bagno. Se poi lasciamo aperta la tenda del finestrino hai più luce naturale ed ombre meglio definite, per quanto la fonte luminosa sia instabile”. Io questa studentessa l’adoro, meno male che scende a Strasburgo se no l’avrei uccisa di serenate – alla giunonica Musa. “Perfetto, Katrine, ti piace Caravaggio?”

Mario, certo. E Antonio, Ciro, Guglielmo, tutti nomi già usati. Li schifo i nomi propri, il mio l’ho quasi già dimenticato. Venezia stava bene in effetti, l’ho pure vista un paio di volte la laguna di tanfo; il colera poi è storia. Però Katrine c’aveva due frutti del mezzogiorno in mezzo alle spalle: chiari e torniti, le venuzze abbozzate in controluce. Li ho disegnati per bene, credo, senza nemmeno toccarli. Lei sicuro è stata contenta; in cambio m’ha dato uno spruzzo che mai era successo, manco fatto a oppio. Solo a stimolare ghiandole e muscoletti, senza sfiorare l’oggetto proprio della contesa, come un gioco d’assenze e rimandi, piano piano il miracolo che sfida la gravità, e un’eruzione lenta, lavica effusiva. Non dio ma un genio ha fatto la prostata, e forse eri proprio tu; grazie Katrine.
Mi sento strano però, come dolciastro. È pomeriggio tardo, forse ho fame e le palle vuote. Forse il sole calante, non so. Mi sento come trasparente, mi è sparito il doppiofondo, già quasi mi manca; forse solo quiete apparente. Sono mica diventato fatalista?

Me ne canto una che di solito mi salva, Hurricane del fratello Dylan, maestro dei maestri; eppure stavolta non basta. A Bruxelles entra uno, un’aria invasiva da psichiatra, mi scruta. Che vuole, mi chiedo, ma non glielo lo dico; le forze mi scemano, la fine del viaggio è vicina. Poi è lui a togliermi le parole di bocca; mi chiede, in inglese, dove vado. “Amsterdam” ammetto stavolta. “Solo?” domanda.  Annuisco. C’ha un’aria austera, mi toglie la maschera. “Ci va per restarci a lungo?” m’incalza. “Yes, sir, roger” gli faccio, a sfottò. “I suoi genitori lo sanno?” Questo che vuole da me? “I miei sono seppelliti da cose che non vogliono vedere, scappo.” “E una donna, un amico, un legame affettivo non ce l’ha?” Qui rido ma quello che dico risuona tetro. “Gliel’ho già detto, dottore, sono solo”. Si rigira i polpastrelli nella barba, pensoso, poi mi guarda inquieto ma comprensivo: “Capisco, giovane uomo.” Caccia all’uopo un foglio bianco dalla valigia di pelle, uno scarabocchio prospettico nel centro: un coso diritto, grondante. “Mi dica: lei qui, in fondo, cosa vede?”

Santa ferraglia, ‘sto treno va; quasi ci siamo, già da un pezzo si respira nord. Gli indigeni c’hanno tratti d’altre razze: arti nasi facce ossa lunghe, spalle infinite quelli più bianchi, albini proprio. E barbe varie semite, l’Arabia intera nel paese delle dighe. Buono, multicolore; starò bene qua, canterò con i muezzin all’ora della preghiera a cacare il cazzo agli albini. Mille volte meglio che la pippa mentale dei nostri geni del west. Suono jazz, l’architettura del caos. Vattene a suona’ le lamiere tossiche e storte del Guggenheim di Bilbao allora, e liberaci dal male.
Ancora mi torna, di nuovo, il motivo che il dottore m’ha insinuato all’orecchio – cosa vede, che cerca lei in fondo, giovane signore?
Vecchio dottore, gliel’ho già detto mille volte. Una cosa che non riesco a dire ma che giù da me non trova sfogo. Una densità di materia che vuole esplodere, che mi devo portare altrove; anzi a dire il vero è proprio lei che mi guida. Mi porta fuori perché da fermo scoppio – lei li ha mai mangiati i funghetti dottore? Così proprio. Però io lo so questa da dove mi viene, ‘sta forza, lo so bene. La morte che passa per aria a gratis a casa mia, la natura a precipizio e i pummarulilli del pendolo, tutto così insieme appassionatamente. Il calderone indifferenziato a cielo aperto – uomini, lamiere e fluidi fluorescenti – mano a mano coll’affresco antico, la corte interna neoclassica e il floreale napoletano. Lo scorcio, la storiografia e la coltellata nel vicolo scuro; la musica dentro e la terra che trema. C’è un sentiero da Boscoreale, a piedi sulla lava causticata di un’eruzione vecchia, sali sali – attento se cadi ti sfracassi, la lava è dura ma si sfrantuma – sali e a un certo punto lo vedi: il mare sporco, le rovine di oggi e quelle antiche più in voga, il golfo che gira come una linea di chiappa soda; e sopra il vulcano che se li chiava tutti quanti.
La vita nuda, dotto’, mi sono spiegato? Da qualche parte pure si deve sfogare.

Eccoci qua, stazione van Amsterdam. Scendo, poi si vede: Berlino, vichinghia, Russia. Intanto mi canto un’altra canzone, m’è nata già scritta nel viaggio, al ritmo scomposto della ferraglia. Canto di Primavera si chiama. Avanti, blanditiae fallunt[1].
Poi si vedrà.


[1]L’autocompiacimento – la meschineria – inganna.


Edizioni Critiche Crapula: Ancor ch’Amor s’appressasse

Nella collana Edizioni Critiche Crapula (ECC da qui in poi) presentiamo un testo il cui ritovamento ai piedi di un sentiero senza sbocco ha fatto la felicità dei nostri filologi qui in Crapula. Dal manoscritto L’arme de lo core ecco dunque Ancor ch’Amor s’appressasse

stilnovo.pene

Ancor ch’Amor s’appressasse,
lo poeta fiorentino[1], arma bianca
fra le cosce e varicata,
mostròssi a la musa ignuda,
mentr’ella s’inventava a gaudio
lo novo stile del sonetto:
la man destra azzuppava
ad abbeverarsi nel culetto[2].

O sogni di schizzi, spiritelli,
onorate le labia
de l’hom che non v’ha leccato!

Crudele la linguetta e tesa,
lo foco stringe e più vi si rapprende:
Lamella! Glandula!
Chè ardi, come spiritella
e nulla del liquor si puote
fuori. Nulla! Nemmanco
la gentile manella,
madonna di cotanto ardore
causa[3], nemmanco ella
puote alliviar[4] con la cascata.
E gira e gira e invano
affanna lo polso delicato
e la mammella[5].
Chè come foco resta
la lamella – e rossa d’ardore,
e secca, spiritella. La morte
de lo cazzo vi consuma.

O sogni di  schizzi, spiritelli,
onorate eppur l’onore
di quel che v’ha sognato.

A che t’affanni, spirto infocato?
Ne le fiamme de lo ‘Nferno
o per la piaggia diserta
meni ora i tuoi sogni innanzi
e piagni ché da la musa non è ratto
il tuo cazzetto stanco.
Eppur d’altra mensura ella
è alletta! Ben più che remo di nave
o albero frondoso ella vuole
a soddisfar della sua brama
la fame e la sete.
O sospiri! O spiritelli e schizzi!
Non t’ammalar de la ria sorte,
che non vuolsi per te
la scopata, ma impugnar lo cazzo
con le dita storte.

Non piagnere poeta, invero esulta
se la tua destra è fatta
arme insieme del core
e de lo cazzo. E invero imago
del mismo Deo sei fatto,
che savio como è savio
con una il core con l’altra
il cazzo allatta[6].

O sogni di schizzi, spiritelli,
onorate ‘e sospiri a frotte
di quel che v’ha cantato.


[1] Si tratta di un poeta stilnovista, come attestato dalla dicitura nella parte alta del manoscritto L’arme de lo core. Tale dicitura risulta ai nostri filologi aggiunta posteriore alla copia, forse apportata da qualcuno vicino al copista: si pensa ad un suo allievo il cui compito potrebbe essere stato quello di ricopiare il testo dall’originale, sul frontespizio del quale per ipotesi poteva esserci la catalogazione come “poesia stilnovista” –  fatto che non potendo essere smentito, va ritenuto vero. È difficile, tuttavia, anche solo congetturare quale sia il vero nome che si cela dietro il generico poeta fiorentino, e per quanti nomi siano stati fatti, tanto che alcuni hanno addirittura ipotizzato che si trattasse di un falso o che la piccola scritta al margine “poesia stilnovista” fosse errata, non si è ancora giunti ad una conclusione. L’ipotesi che noi qui proponiamo è che la scritta che si legge in margine sia giusta e che il tempo renderà grazie alla filologia.
[2] Chiasmo.
[3] Enjambement.
[4] Prestito dalla Scuola siciliana.
[5] La stanza è caratterizzata dall’allitterazione continua di l e n e dal ritmo spezzato. Come ritengono alcuni esperti dell’allitterazione, la sequenza l e n creerebbe fluidità, contra il ritmo spezzato (si noti l’uso frequente dell’enjambement) ha la funzione di far vacillare quella fluidità e permette al poeta di esprimere, per antitesi, il suo tormento.
[6] Nell’ultima stanza e nella chiusa è evidente il cambio di registro. L’occhio del poeta si sposta dalla donna, che non può alleviare alcuna sofferenza, al poeta stesso: ciò avviene con l’uso della seconda persona singolare. Non c’è, dunque, inversione rispetto al canone stilnovista. Noi riteniamo che questo sia l’acme tragico par exellance.
A questo punto, però, cale far notare che esiste anche chi fa ironia – anche se questa non è la sede adatta per rispondere all’ironia, prima di una consulta con il Gran Consiglio dell’Ultima Lettera – e ritiene che si possa parlare di “poeta angelicato”. Eppure, si ripete, questi ironici – che cosa sono: un’accademia? – possono anche evitare di volere alleviare il nostro umore filologico con queste sciocchezze, che di certo non fanno bene al giusto procedere della conoscenza. De profundis clamavi!


Edizioni Crapula: Scirocco

 

Io lo conosco Alonso Quijano, ci ho fumato insieme. E soprattutto, quando era o faceva l’albatros in mezzo agli storti, io l’ho pubblicato. Allora, a capo della mia Editori Riuniti Muniti di Stampante – allora c’erano ancora le stampanti –  io sono stato suo editore. Certe cose non si dimenticano.

Alonso Quijano ha vagato per la scrittura con la stessa irridente disperazione con cui oggi sbeffeggia l’uomo e la Juve. È entrato nelle case della filosofia e della prosa per sputarci dentro. Si è tolto la pelle di dosso per farsene un’altra, simile alla prima ma più doppia. E adesso vuole tornare a casa.

La poesia è casa sua. All’inizio era una casa carnevale. Poi è venuto Dioniso – non so di preciso cosa gli abbia fatto, come lo abbia preso di forza o se invece si sia fatto prendere. L’ha preso e l’ha messo di colpo, appeso per i piedi, in un buco – un deserto o un labirinto. Le cose là dentro si muovono lente e inspiegabili. Per seguirle con gli occhi, per imparare a non dirle, Alonso ha appreso il dolore e la privazione. Poi ha raccolto i piedi da sopra ed è fuggito.

Allora ha preso a vagare. Forte di una corazza addosso – una corazza conquista – Alonso è divenuto Quijano. Ha vagato per aprirsi strade davanti. Ha pisciato più volte nel piatto dove ha mangiato. Ed è tornato. La poesia è casa sua.

Sul ciglio della strada  è la prima stanza di Scirocco, un poema di Alonso Quijano.

Colonna sonora su Radio Flangan: Prima dell’arsura

Scirocco

1. Sul ciglio della strada

L’assetato, camminando nell’ombra, disse: “Dentro i ricordi come tra cespugli,
come le ossa, come il vuoto tra le parti, come il fuoco e tutto ciò che è bello
- perché ogni stronzo ha il proprio culo che lo ammira che si tuffa!
Non va mai bene un significato perché c’è qualcosa di nascosto
e di profondo nella mente o non c’è la mente ma un buco indefinito
e squamato e ciò che vi entra, se ritorna, è sbudellato e gonfio?
Sono ossessionato, è chiaro: ho sete, questo è il terzo giorno.”
“Non hai rispetto!” squittì l’ermafrodita, che era sbucata da un buco
sul marciapiede, e a vederla sembrava identica all’assetato.
“E tu chi sei?” disse l’assetato, distanti qualche passo l’uno dall’altra.
“Io sono quella pasta che sta dentro i ricordi, nelle ossa, nel vuoto,
che è senza scampo. La tua noia assetata, che ti disidrata.”
“Dimmi l’età che ti porti addosso.” – l’assetato non voleva cedere la parola.
“Movimento, movimento – che me ne faccio del tempo -
a me piace fottere, come a te!” Eruppe l’ermafrodita, a voce distorta stiracchiandosi.
L’assetato si voltò di spalle e si mise a pensare. Poi esclamò,
coprendosi la bocca con la mano, come se stesse per vomitare:
“Non ricordo più come si fa. Dentro. Una schiuma acida è il resto
- e ristagna, e dentro quelle goccioline i ricordi… fino a qui, fino a un residuo.”

Shurhùq! Shurhùq!

“Un giorno” continuò l’assetato “ero seduto sulla mia immaginazione,
contemplando l’eleganza del pensiero che atterrisce.
Ero solo – anche se c’erano due pietre vicine ai miei piedi.
Ne raccolsi una. Attendevo qualcuno per l’altra pietra.
Allora saremmo due uomini con due pensieri. – pensai! –
chi sorteggerà il monolite tremendo e cieco?”
“Ah! Basta con queste parole mosce!” Ululò l’ermafrodita, da dietro,
mentre lo seguiva a qualche passo di distanza. Era prima dell’alba.
Lo raggiunse, e iniziò a mugolare: “Tu non parli mai di fiche sugose?
Amico mio, e di che parli oggi? Mi fai ridere, mentre cammini,
con tutte quelle arie e quei versi che fai – sta attento, però, da dove li fai uscire!
Ah! Basta. A te ci vuole responsabilità di giudizio, cognizione di cause ed effetti,
nozioni di geometria: profondità, lunghezza, circolarità, tridimensionalità
e umidità, la prima cosa tra le prime cose, prima di me addirittura!
E il sugo, amico, deve scorrere a fiumi, e tutti si devono tuffare
nel tuo sugo e abbeverarsi e chiederne ancora.
Dagli un po’ di nausea quotidiana, amico, e ricicla tutto
- la parola prima delle parole e soprattutto, anche queste, prima di me.”

Shurhùq! Shurhùq!



Edizioni Crapula: I perforatori

(Crapula Edizioni International presenta Los perforadores, un racconto di Antonio Galimany, scrittore argentino dell’età di Messi, tradotto alla lingua volgare da alfahridi, arabica 100%.

Una parola a modo di atrio: l’Argentina, come l’Italia, è un paese che fa ancora i conti con certo suo passato scottante. E questo fare i conti è il nodo di tanta letteratura – buona, cattiva o pessima. Qui, infatti, il proprio nodo si stringe: la posizione rispetto a quella ustione dice molto del valore di chi scrive e di quanto scrive. Immaginate per un attimo Petrolio (o anche un Monicelli, o lo stesso Contronatura di Parente, per dirla tutta)  rispetto ad uno degli ultimi premi strega (Il canale Mussolini, o giù di lì) o quel libro di De Cataldo sugli anni di piombo. La letteratura argentina abbonda di casi di ovvietà rispetto ai fatti della dittatura militare. Ecco, I perforatori non è uno di quelli.)

vértigo horizontal

vértigo horizontal

Gli esecutori contano le perforazioni. La notte avanza senza contrattempi e la mezza luna è un fuoco debole che illumina appena la campagna senza contorni – un piano statico e nudo, privo di ogni artificio. Questo tratto intercambiabile della geografia in cui si muovono non gli permette mai ricordare dove l’hanno fatto l’ultima volta. Sono abituati a viverlo come un inizio perpetuo.

Contare le perforazioni è la parte più fastidiosa del procedimento. Oggi hanno lasciato sparare la recluta, e gli fanno pure fare la conta. Cadendo, il corpo ha fatto una strana contorsione e torso e gambe sono finiti in senso opposto: il torso di spalle al cielo e alla mezza luna. Con un calcio la recluta mette il corpo prono. Commette un primo errore, forse l’unico: se la mitraglia si è fatta strada dalla schiena, conveniva invertire la posizione delle gambe, non del torso. Così fa, però il calcio non è sufficiente, come sembra concludere dopo aver calcolato la forza del piede con un paio di colpi per aria. Quindi si aiuta con le mani: la destra fa leva sulla spalla destra, la sinistra spinge il ginocchio destro. La manovra – il tornare indietro, la rettificazione in cui deve incorrere – deve fargli vergogna, infatti si insulta a alta voce, chiamandosi per nome. Uno tra i  veterani nota la negligenza, però lo lascia fare senza dire niente. È ansia, non imperizia. Poi ha sparato bene, e nel gruppo circola certa aspettativa.

Ieri, nella giurisdizione vicina hanno stabilito un nuovo primato: quarataquattro perforazioni. Un numero al limite dell’inverosimile eppure certificato, sembra, dall’autopsia. Non è abituale attendere  la conferma medica per validare il primato di turno. Come in una partita di golf tra amici, l’onestà nel registrare i punteggi è il comportamento trasparente che le parti coinvolte danno per scontato. Tuttavia circostanze straordinarie – un primato che si pone quattordici perforazioni al di sopra del precedente – modificano la vigenza dell’onorabilità ed esigono un altro tipo di verifiche. In più, è la prima volta che il primato accade così vicino a loro: gli esecutori sembrano entusiasmati per la possibilità che la fortuna si sposti per proprietà transitiva.

Col tempo, si è normalizzato un certo protocollo. Si richiede alla vittima che corra in linea retta, gli si offrono dieci secondi di grazia. Uno tra gli esecutori conta a voce alta, e al sentire otto, il tiratore scarica sulla vittima la raffica d’occasione. Può anche capitare al sette; o nove.  Mai dieci, perchè la vittima – è un dato provato – si ferma e il primo sparo inevitabilmente la fa fuori. Neppure però prima del sei, sarebbe disonesto: la vittima è ancora troppo vicina. Il tiratore spara finchè le due mani toccano a terra: un criterio imperfetto che obbliga ad una attenzione estrema e induce in errore. Per quanto in nessun procedimento ci siano osservatori esterni, il rispetto del protocollo si presume ampiamente generalizzato. Se la vittima sopravvive alla scarica, il tiratore interrompe l’agonia con un ultimo colpo alla nuca, che però non conta come perforazione.

Oggi non ci sono stati spari complementari. La recluta conta le perforazioni con una sigaretta spenta come punteruolo. Gli esecutori lo circondano in semicerchio e uno di loro – Soria – parla per disfare il silenzio che si è imposto alla fine degli spari. Un paio di veterani ne indovinano la vena aneddotica e rapidamente rompono la simmetria del semicerchio: si allontanano verso le auto ferme, i cui fari alti illuminano la scena. Soria evoca la monotonia del procedimento, quando il gioco non esisteva: fermare l’auto senza spegnere i motori, mettere la vittima in ginocchio e sparare un colpo alla nuca con una pistola di piccolo calibro. “Un proiettile, uno solo”, dice Soria e scoppia a ridere, a lungo. Finge; però ride soltanto perchè nessuno finge con lui.

Un paio di esecutori assistono la recluta come da indicazione di Soria. Tolgono ciò che resta della camicia della vittima e gettano acqua sulla schiena per lavare via il sangue ed ottenere un panorama più chiaro delle perforazioni. La recluta non parla, e neppure conta. Per prima cosa sommerge la sigaretta spenta in uno dei buchi per misurarne la profondità della perforazione che sceglie. Poi segnala con il punteruolo una perforazione sulla scapola destra. Appena sotto l’orifizio ha scoperto un piccolo tatuaggio. Con la sigaretta spenta, ora ripercorre sulla pelle i tratti del ragno tatuato in nero: il proiettile ha colpito vicino però il disegno è sopravvissuto, intatto. Soria applaude un paio di volte per richiamare l’attenzione  della recluta e farlo uscire dal trance in cui è andato a finire. Gli esecutori che lo assistono, accovacciati con lui, a turno gli battono sulle spalle per indicargli che gli danno il cambio.

La recluta si mette in piedi e Soria lo introduce nel semicerchio. Prolunga la divagazione di circostanza, però sembra più concentrato sull’apparenza quasi fragile della recluta in uno dei vertici del semicerchio. Non ha referenze precise su di lui. Il suo dossier è esemplare e questi dossier – quelli esemplari – sono sempre una pagina bianca. Non capisce perchè lo abbiano trasferito nella sua giurisdizione – quattrocento chilometri a sud della Capitale, ottomila abitanti, vittime di terzo e quart’ordine: uno dei tanti buchi neri della Provincia. Poi hanno appena scoperto che spara a meraviglia e un talento del genere non se lo lascierebbero scappare in città. Però dalla Capitale arrivano ordini, non spiegazioni.

Quindi Soria cambia preoccupazione. Le quarantaquattro perforazioni della será prima lo inquietano e questa inquietudine riesce, alla fine, a risvegliare certo interesse tra gli esecutori del semicerchio. Parla di quanto sia difficile battere primati in Provincia: poco allenamento, armi scadenti e scarse risorse. Poi ci sono meno vittime, e i vuoti temporali tra un procedimento e l’altro sono arrivati a prolungarsi per mesi. “Non è facile”, dice Soria: “Non è per niente facile”.

Omette ogni riferimento alla strategia che porta avanti per fare fronte alla scarsità: la fabbricazione di vittime. Deve suppore che la recluta lo sappia perchè, per quanto non l’abbia confessato tra gli uomini della sua squadriglia, è una pratica che ha importato dalla città: anche lì, da un po’ di tempo, le vittime si sono ridotte drasticamente, e il meccanismo della fabbricaione è stato l’unica alternativa possibile per prolungare la vigenza dei procedimenti. Ha addirittura riprodotto, all’interno della sua giurisdizione, la sentenza di giustificazione che sentì dire al suo superiore della Capitale: “Gli errori confermano le certezze”. Trasformata in motto all’interno della squadriglia, la frase ora pende, incorniciata, nell’ufficio di Soria.

A margine del semicerchio, un esecutore dispone un tavolo piegabile, una lampada portatile e una macchina da scrivere. Comincia a battere. La recluta, che è scivolata fuori dal semicerchio, si sporge e legge come l’esecutore stenografo scrive quello che non è accaduto. Osa segnalare un’imprecisione nella ricostruzione, però l’esecutore stenografo lo interrompe a metà senza prestargli grande attenzione. “Sono solo carte”, gli risponde scollegato, senza staccare le dita dai tasti. “E le carte ormai non le legge nessuno”. Dei due esecutori che hanno dato il cambio alla recluta, uno solo fa la conta; l’altro raccoglie le cartucce dei proiettili e le classifica – la piena coincidenza di cartucce e perforazioni è un altro indizio per certificare il conteggio. Un ultimo esecutore, estraneo al conclave del semicerchio, mette in moto un furgone e lo avvicina, a marcia indietro e con le porte aperte, al corpo della vittima.

Soria si sforza di elaborare ipotesi alternative riguardo ai fatti della giurisdizione vicina ed il nuovo primato, nella speranza, forse, di contenere la diáspora che soffre il semicerchio che ha costituito intorno alla vittima e all’esecutore addetto alla conta. Ammette di non riuscire a spiegarsi come l’uomo della squadriglia di Morello sia stato capace di produrre in una vittima quarantaquattro perforazioni. “Tra noi non c’è talento” dice ripetendo agli uomini della sua squadriglia ciò che una volta sentì dire di sè stesso. “Quanto poco talento” gli disse quel superiore della Capitale che finì per introdurlo alla strategia della fabbricazione dopo che Soria lo fece formlemente parte della sua inquietudine per l’assenza di vittime. Soria volle sapere quando cominciarono a applicare il metodo della fabbricazione. E seppe che, in qualche modo, la strategia aveva sempre fatto parte dei procedimenti. “Gli errori confermano le certezze; vada, ora, e faccia ciò che deve”, gli disse il superiore della Capitale mentre lo salutava. Soria tornò sollevato alla sua giurisdizione: i procedimenti non sarebbero finiti.

Gli esecutori nel semicerchio mimano la sfiducia di Soria e passano in rassegna gli implicati per provare ad immaginarsi un colpevole individuale – l’esecutore addetto alla conta, Morello, il tiratore. Soria, invece, specula su un altro trasferimento repentino dalla città – simile a quello della matricola –; è la sua versione più elaborata della cosa. E aggiunge poco altro, però insiste sulla sua ipotesi: non c’è, nella squadriglia di Morello, uomo capace di tale prodezza.

“Ventinove”, grida l’esecutore addetto alla conta – una perforazione in meno del record che ieri quelli della giurisdizione vicina hanno battuto. La recluta annuisce, marziale, però gli altri appaludono disordinati. La recluta non lo sa, però nella squadriglia non sono mai andati oltre le diciotto perforazioni. Gente senza talento. Soria batte con le mani sulla schiena della recluta, contravvenendo anche lui ad ogni rigore di forma. Poi mormora la sua nuova ossessione: qurantaquattro perforazioni.

Il semicerchio si disarticola. Gli esecutori accovacciati – chi addetto alla conta e chi alla raccolta – si occupano del corpo della vittima e lo trasferiscono sulla barella metallica che l’esecutore autista ha lasciato a due passi da loro. Insieme, poi, i tre lo introducono nel furgone e chiudono le porte. L’esecutore stenografo smonta la scrivania di campagna, sebbene abbia lasciato il verbale a metà – e così, a metà, lo allunga a Soria, che lo arrotola con disinteresse per posarlo in una delle tasche posteriori del pantalone. Raggruppati in blocco compatto, gli esecutori vanno verso le auto con cui sono venuti.

Prima di aprire lo sportello che gli corresponde, Soria si ferma di botto – i tacchi degli stivali di colpo sommersi nella terra umida; un applauso sordo che obbliga tutti a voltarsi verso di lui.  “Devono essere stati due tiratori”, dice: “Quei figli di troia hanno imbrogliato”. Ride; allunga una seconda volta la risata che finge in solitudine e si allarga per estendersi senza ostacoli sulla campagna senza contorni. Avranno anche dimenticato dove l’hanno fatto oggi, la prossima volta.


Scontro al vertice (IV) – Nel bosco del Pocho

Il giardin delle delizie

Schiller e i suoi sono fuori, sorpresi. Bloom fischietta con la testa in mano ed i gufi, posati intorno, ricambiano. Dalí insiste che i “gufi non son quel che sembrano”. Pound, intanto, s’allontana con Dante tra i sicamori. Eliot, ancora in panchina, consola Virgilio, che è costretto ad abbandonare la partita per l’estrema umidità della nuova sede ed il traghetto per Atene. “Che cosa vuoi, ora?” pare chiedergli l’inglese, “voglio morire!” dicono le labbra del mantovano. Omero, però, è lontano da quelle labbra per compierne il desiderio.
Nel corridoio il milesio tiene il discorso augurale. Si dimena, sputa, grida. Nemmeno un fonema dalla gabbia dei denti. Gli ordini erano già chiari. Attaccare, senza fronzoli. “Adelante! Achei!” pare dire l’omerico, ma non dice nulla. Si agita. Ed i suoi con lui. Il baffo di Nietzsche si copre di spuma giallastra. Ora si torna in campo.
Eraclito, muto finora, si lascia andare alla tautologia. “Questo è un bosco!”
“La contea di Twin Peaks?” Beckett incalza da dietro.

 “L’hai sentito, Fahridi? È il solito metaletterario o è colpa dell’alzheimer, come si vocifera!”
Ride l’arabo. Poi torna tranquillo: “È così. La parola è successiva – dubito sia mai servita a qualcosa…”
Dal Giornale con cui Fahridi s’accarezza gli stivali si alza una voce familiare: “che cazzo dici, caprone? E allora il secondo principio della termodinamica dove lo metti?”
“Disperditi il culo mentre te lo riscaldo!” Quijano lo liquida con un gesto ed un paio di fonemi.
“Il lavoro nobilita l’ano– se quest’ultimo è un sistema isolato.” Pure il Giornale pare concordare.

D’improvviso il bosco risuona di mille e mille voci. L’arabo e l’ispanico e tutti gli altri si voltano alla ricerca della fonte del canto. Nove donne, sedute su una radice sospesa di poco sul terreno, applaudono gli uomini in campo.
“E quelle chi sono?” In coro – come il coro.
“Sono le muse.” Risponde Fharidi, per l’occasione coreuta.
“E perché sono ancor vestite?”
“È questo il nostro enigma.”
“La parola è femmina, a volte lo dimentico.”

In campo i due schieramenti si galvanizzano. La testa di Bloom fischia senza fiato.
Sacher-Masoch, entrato in luogo di Virgilio, le prende tutte. Il partido fila teso, statico.  La pelota rimbalza tra i fossi, non si lascia domare. Pound in fascia mantiene Mozart in check. Kafka,  nascosto dietro una quercia, si scava la fossa. Nietzsche sbraita, sradica Joyce e il pallone da terra e lo lancia in avanti.
Poi Diego. La panza di Diego. Un arto mancino è tutto quello che di mobile gli resta. Le connessioni elettriche che lo legano alla materia grigia fanno fulmini. Piove.
Diego intercetta la pelota – inspiegabilmente bianca, intonsa. “La pelota no se mancha” grida Quijano appollaiato sul salice – e tunnel. Sartre a terra. Virata sul piede debole, uno-due su quello dominante. Sacher-Masoch ricade sui piedi godendo. Pound interviene in raddoppio – Mozart in fascia si libera senza saperlo, ridendo.
Diego – di controbalzo, alza un lob sulla corsa di Wolfgang. Un rimblazo, due – la testa di Bloom, tra le mani del corpo, già risuona “troppe note, troppe note”, in barba alla detta imparzialità.
“L’imparzialità è la morte preventiva!” sussurra Fahridi, mentre si gusta il controllo a seguire del salisburgo: ginocchio, petto. Spalla o mano, in avanti, sponda con l’albero e al centro, d’esterno. “Idiota!” grida Schiller a Socrate, quando Wolfgang, in fuga, lo beffa, e con gesto di stizza chiama a sé Fedor Dostojevsky, il prigioniero. “Entri tu!” gli dice ammonendolo con lo suardo!
Il cecchino boemo risorto dal fosso penetra.
Diego dal fondo incitando: “adelante, Kafka! Pochizzali!” Socrate intanto perde il controllo del corpo, inciampa e ricade nella fossa del boemo. “La sua cicuta” – Omero lo seppellisce vivo, all’istante.

La pelota viene carica d’effetto, ben ponderata. K. si lancia rasoterra a colpire di testa – incespica con le radici, col naso aguzzo le sfregia o viceversa. Ma non si ferma. Scivola sul fango come un delfino sulla schiuma unta dell’onda. Impatta la pelota prima, poi il tronco di un albero. D’Annunzio vede il sangue ed il cranio sguarrato e si fionda, acchiappa – il cranio, non la pelota. E questa, inspiegabilmente bianca, intonsa, scivola dentro.
Il cecchino boemo giace morto per terra. Nietzsche al galoppo punta Omero ed esulta, e Quijano sull’albero: “L’uomo è un ponte, un pareggio! Avanti il prossimo”. Dalla panca si alza Antonio Moresco.
“La parola, Quijano, vale la testa di un uomo!” chiosa Fharidi.
“Bisognerebbe dimostrare anche il contrario.”

Due muse accorrono a recuperare il corpo acefalo di Kafka. Lo poggiano ai loro piedi, calde lacrime spandono per la morte del boemo.
Omero resta silenzioso. La panza di Diego rimbalza di gioia. Si commuove – core napulitano!
Schiller richiama i suoi a stringere sulle fasce. “Più flusso continuo, come solo tu sai fare!” Urla a Joyce. Entra Fedor.
“Certo: il pareggio, il valore dell’avversario, il rispetto. Ora, però, bisogna guadagnarsi la memoria.” Infine, pare dire Omero. Nessun fonema dalla gabbia dei denti.

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Scontro al Vertice I - II- III


Kafka – Lynch. La faccia stessa del mistero

Ancora una specie di coincidenza. Il caso è cosi stranamente efficace che quasi uno è portato a credere alla regolarità di mestruazioni e fasi lunari.

L’antecedente, l’origine di questo post data ormai cinque anni, ed è una mera associazione d’idee - homo intuitivus, ci salverai o ci distruggerai!*

Quando, nell’ultimo quarto di Inland Empire, una donna prende le scale del retro di uno strip-club, sanguinante, indirizzatavi dalla ricottara – e sale, e siede; ed incontra un’uomo sudato, grasso, che la ascolta prendendo nota. Poi squilla un telefono, e l’uomo grasso risponde da uno stanzino adiacente, e parla di lei senza troppo dissimularlo, lasciando che questa ascolti a metà… L’uomo ritorna, l’ascolta – lei si confessa!

Ecco, il caso, l’associazione lampante: questo è il momento, l’opportunità che a K., ne Il castello, non è mai stata concessa. (Non è rilevante, qui, che il Castello sia romanzo non terminato. Questa opportunità a K. non è concessa per definizione: è la natura stessa dell’occulto presso il cecchino boemo.*)

La faccia stessa dell’occulto (del mistero), i suoi tratti, in Kafka restano nascosti, non si delineano se non dall’esterno, per opposizione; non si vedono. Il mistero è inspiegabile, irragiungibile – eppure opera. L’occulto è occulto (tautologia pregnante?). I personaggi che lo subiscono vi oppongono ogni logica ferrea, ogni senso comune. Insistono sbattendo la testa, tentano di ristabilire l’ordine. Infine vi si abbandonano – senza che il perchè ed il come (la faccia) trovino risposta.

In Lynch, invece, accade il contrario: il terrore, l’occulto, ha sempre un volto. È un oggetto o un volto deforme, terrorizzante; tuttavia, la vista, la visibilità del mistero, non lo risolve. Al contrario, lo complica. (Si può obbiettare che tale differenza dipenda dal mezzo, che il cinema è un’arte dell’occhio e dell’udito, mentre la letteratura è l’arte della rappresentazione in senso chimico – ed ancora di più la letteratura che ha dietro di sè la fase orale – ed ancora di più la letteratura che ha appena appena dietro di sè, ed in fondo accanto a sè, il concettismo astratto delle avanguardie e l’elettronica. Qui, tuttavia, si argomenta che non è necessariamente la differenza del mezzo a decidere i giochi.)

Ne La metamorfosi, uno dei testi più noti di Kafka, non ci si chiede mai quale forza abbia potuto causare la mutazione di Gregor Samsa in insetto. Al contrario, ci si interroga continuamente (tanto l’uomo insetto come i membri umani della sua famiglia) sulle conseguenze che questa possa arrecare al benessere (economico e mondano) della famiglia. La mutazione è, prima di ogni altra cosa, reale (così come lo è la colpa per cui Josef K., alla fine de Il processo, accetta la punizione e la morte). Le resistenze di Gregor ad accettare la sua nuova condizione vengono meno, in qualche modo, quando per la prima volta si mette in orizzontale, prono, e sente la sue numerose zampette avere un senso, muoversi con intenzione. E godimento. Tuttavia continua a sperare nel ritorno della logica, nel ritorno dell’umanità. La sua fine si consuma quando l’essere insetto prende per intero il posto dell’essere uomo.

Ne Il castello il mistero è disseminato ovunque, è l’aria stessa che K. respira da quando, a tarda sera, arriva nel villaggio. Più volte K. si avvicina a carpire il perchè  della sua condizione (è stato chiamato per adempiere la funzione di agrimensore; tuttavia la sua pratica è bloccata). Quando, richiamato da un segretario, mette piede nell’anticamera della stanza dei bottoni, è invaso dal sonno. Per ogni passo compiuto in direzione del perchè, le cose si approfondiscono e si complicano. Così si compie il labirinto – e la mano che lo tiene insieme esiste da qualche parte, si intravede in lontananza o nell’eco di conversazioni prossime, ma non ci si può arrivare. Ci si potrebbe sempre arrivare, in realtà.

In Lynch, par contre, c’è un momento o un oggetto (un orecchio reciso in Blue Velvet, una scatola azzurro mentale in Mulholland Drive, la visita di un vicino straniero in Inland Empire) che innesta il mistero, rompendo la continuità del (supposto) ordine logico delle cose. Lynch stesso descrive questi oggetti o momenti come “openings to other worlds”. Questi vettori d’occulto (simboli, in fondo) conducono dritti (dritto, in piedi, nella misura in cui uno appena prima “was sitting on a lot of trouble”) alla faccia stessa del mistero.

Questa faccia è una maschera deforme – talvolta la stessa faccia del personaggio che si alza e prende la strada del “trouble he was sitting on”. È una discesa, non un sogno; e seppure lo fosse sarebbe sogno, o incubo, collettivo. Di fatto, quando si passa da lato all’altro del limite (che il vettore d’occulto disegna) ogni cosa ne è coinvolta. Se in Kafka questo limite è sempre sul punto di scoppiare sovrastando le cose, in Lynch c’è un punto preciso in cui le cose vi scivolano dentro e ne restano irreparabilmente impregnate.

Questa faccia (un nano, un uomo pallido, uno stregone, un barbone scimmiesco) fa il mistero visibile ma in nessun modo lo risolve (in questo senso, sopra, si diceva che non è la differenza di mezzo a legare o far divergere i due in questione. La vista è un senso come un altro, un equivoco come un altro.)

In entrambi i casi, di fatto, il mistero, l’occulto, non si risolve – da un lato si lotta contro quello, ma non lo si vede. Dall’altro ci si abbandona a quello guardandolo in faccia, senza per questo poterlo possedere. (Uno potrebbe anche dire, come s’è detto, che l’occulto è occulto – perchè mai dovrebbe risolversi? Eppure proprio qui sta la grandezza e il legaccio che tiene questi due uniti: l’apertura, la porta spalancata, non riguarda solo un finale aperto. Il finale stesso, la possibilità della chiusura, invece, è il mistero.)  L’occulto è occulto, certo (cos’è una tautologia?). Il fatto è che qui non si tratta di spiegare la forza  misteriosa che opera in un testo o in un film quale finzione – non si tratta semplicemente di sciogliere una trama sospesa.  È possibile che le questioni lasciate aperte, in entrambi i casi, non restino aperte per volontà di suspense narrativa. È possibile che la risposta alle questioni aperte non esista. Ecco, dunque, che il finale stesso, la possibilità della chiusura, diventa il proprio mistero.

 

* Homo intuitivus, occhio di Lynchsu Radio Flanagan

**Prossimamente su Scontro al vertice IV. Cecchino è il tale che, come Gerd Müller o Pablito Rossi (ci spiace citare juventini coinvolti nel calcio scommesse, ma tant’è), davanti alla porta rimane freddo, sacrificando persino sè stesso all’uopo.


Lo stimolo e lo sprone

se non l'enigma, cosa?

 

Dare per buona solo la propria esperienza, non c’è altro modo. (Aristotele ha scritto il contrario nel prologo ai suoi celebri e dissotterrati meta ta fusikà. E allora?) Allora una recente circostanza, un caso (un’opportunità) mi ha messo davanti agli occhi un’evidenza.

Mi sono trovato, di recente, a scrivere cose (la cui realizzazione ad oggi è solo una scommessa o una speranza) per il cinema ed il teatro. Così, per opposizione, sono riemerse domande sulla letteratura, sul suo luogo più proprio.

Con il compagno Quijano s’è discusso in abbondanza di quale sia, nel mondo 2.0, l’opportunità (lo stimolo e lo sprone) della letteratura: non quella di aderire ancora di più alle cose, ai fatti (una letteratura ultraengagée), ma al contrario di farsi luogo ancora più unico. Lasciare al resto delle comunicazioni globalizzate (il flusso) il ruolo di vettore informativo, di baratto biunivoco di ovvietà e farsi sempre più estremamente luogo a sè stante, autarchico: gioco e labirinto.

In questo senso, avere a che fare con le necessità logistiche del teatro e del cinema (il contesto della fruizione, l’udito e la vista tra le altre cose – non c’è senso più ottuso e abusato della vista) mi ha messo davanti gli occhi un’evidenza, una cosa tanto semplice come lampante: la letteratura gioca con processi molto più complessi.

La parola scritta come nebulosa elettrica – quel gioco dove si sfida il senso stesso ad apparire. Che si installa per definizione nella falla – nel buco – del discorso dimostrativo. Un gioco in cui più ci si perde più si trova.

Suona troppo decostruttivista tutto questo, troppo derridiano? No, nessuno ci obbliga a leggere le cose alla lettera. Viva il metodo mitico.

Viva il metodo mitico. Un amico montenegrino qualche tempo fa mi disse: “gli eccessi di Joyce (Finnegans’s Wake, con ogni probabilità) sono i limiti in cui noi oggi ci muoviamo, i pericoli da cui sappiamo doverci difendere”.
No. Al contrario. Sono i limiti che vogliamo tornare a superare.


Scontro al vertice (II)

“Questo è il luogo, Fharidi. Il silenzio, il luogo eletto.”
“Misura le parole, Quijano!”
Il terreno pesante, l’aria gelida. La neve si deposita ai lati, i confini del campo non esistono.
La palla-parola circola viscida, gli uni studiano gli altri, scivolano. Omero torvo in panchina s’infiamma con gli occhi.

Il pubblico sbraita, insulta, sputa. Harold Bloom fischia per un fallo lanciato dagli spalti al centro del campo. Prende nota, lo occulta nelle mutande.
“Sono lenti, riflettono. Si scivola, Fahridi. Non c’è sbocco”.
Nietzsche saltella da solo, grida incitando i suoi.
“Eppure guarda…” lo sguardo di Fharidi ricade su Socrate. Rimbaud avanza vocali al piede, si ferma, canticchia. Socrate gli si fa incontro a piedi nudi, da dietro. Gli accarezza le cosce. Il pisellino biondo di quello col freddo scompare.
“È un pompino!”
“Quijano dove hai lasciato Aristofane?”
È un pompino. Pasolini accorre in scivolata a guardare, mentre Sade con la lingua alliscia i piedi sporchi di Socrate.
“Ancora un trio”.
“Lo spirito del presidente defunto aleggia su tutti.”

Poi è Joyce che si incunea e ci prova. Irrompe, srotola il bandolo davanti a sè. La parola s’incarta tra i piedi, insegue se stessa. Lancia da destra, profondo. Platini con il tacco la gira nel centro. Hemingway emerge e la sputa dentro. Uno a zero.
“Catenaccio e pompini, Quijano. C’è qualcosa di nuovo?”
Il cazzetto di Arturo risuscita dal bozzolo “tenero come un pisello”. Schiller salta e grida, scivola. Batte la testa e si rialza. Sartre abbraccia Socrate e Arturo gli vomita addosso.
Omero sguaina la spada, Nietzsche capisce e spinge alla carica. Richiama Pasolini nel centro, attonito, lo spinge in porta. Il baffo al vento, pare gridare “qua imposto io”.
Diego capisce e fa qualche passo verso Mozart, gli indica la fascia, l’apertura, la festa che si preannuncia.
“Sono partiti forte, cazzo. Rimbaud è stato proprio catturato dall’aspirazione poetica.” Se la ride Quijano.
Riposa invece la ruga dietro l’occhio di Fharidi, che si rilascia sulla sedia, si accende l’ennesima sigaretta. “Guarda Omero, m’arrizza!” dice, prima che si raddrizzi, riprenda tono.
Il Milesio siede con due spade tra le gambe, l’occhio ancora più torvo, eccitato per dover recuperare lo svantaggio. Allora, doppiamente armato, scoppia fragoroso il suo riso ispirato. Si guarda le mani e ammicca.
“Or ora si apron le danze.”