Archivi autore: Alonso Quijano

L’albero della memoria

La storia del pensiero e della parola occidentali inizia con un inghiottimento. È un mito e in quanto tale il tempo reale, circolare, s’intreccia con un tempo metacronico, che potrebbe essere ora o potrebbe non essere affatto, ma che taglia trasversalmente, incide ferite – scatena urli. D’altronde esiste oggi un paradosso più dilaniante del tempo?

L’inghiottimento.
Nel terrore che si ripetesse l’evirazione di cui era stato artefice nei confronti di Chronos – il tempo circolare, il buco nero, tutto ventre – dopo  che questi ebbe mangiato i suoi figli primordiali, inghiottendoli per oscurare il ricordo della loro presenza, Zeus Eviratore decise fosse giusto premunirsi o almeno chiedere consiglio. Oramai la sua forza – simbolo di sovranità, certo, ma fondata ancora solo sulla violenza – era stata provata più volte, eppure solo quella non bastava a legittimare il suo potere, né ancora di più a tenerlo salvo. Inoltre, Zeus era consapevole del fatto che altri avrebbero potuto usare contro di lui lo stesso farmaco – una medicina è un inganno, dice il mito –  con cui aveva liberato i suoi fratelli dal ventre del padre, facendoglieli vomitare. Aveva bisogno di un consiglio materno – d’altronde egli è Zeus ed è vivo per inganno della madre Rea! – Fu allora che seppe che la cosa migliore da farsi fosse unirsi a Metis Prudente, incarnazione dell’intelligenza astuta, che fonda ogni sua mossa sulla metamorfosi, sul doppio, pensa i suoi pensieri e quelli di chi gli sta di fronte. Metis è il farmaco – e così il cerchio si chiude.
Eppure, anche dopo questa unione (il valore del matrimonio è quello di unirsi, ma di restare comunque due identità separate) il pericolo era sempre lì davanti agli occhi di Zeus: i suoi figli e Metis in persona, sua moglie. (Le famiglie – oggi si parla di catene di cromosomi, di legami chimici, di adenine, citosine, spalmatine di DNA – restano quello che sono sempre state: un groviglio di motivi sottaciuti, di tempi lenti e meccanici, di spazi relativamente democratici.)
Ma torniamo ai due sposi, e soprattutto ai crucci di Zeus Inseminatore.
Di fatto immediatamente Zeus ingravidò Metis, senza sé né ma, senza dire una parola. Eppure ancora non era soddisfatto, la donna lo preoccupava – e se l’avesse tradito? Se avesse fatto con il figlio che portava in grembo, ciò che Rea aveva fatto con lui, occultandolo, fino al giorno in cui come figlio fu in grado di vendicarsi del padre? Zeus senza cazzo, come il padre – una macchia indelebile nel suo carnet di appuntamenti! Bisognava trovare una soluzione, che fosse quella definitiva.
Esclusa la forza, non restava altro che l’intelligenza. Zeus sfidò Metis in un agone di metamorfosi. Non avrebbe potuto fare altrimenti, per conquistarsi quella invulnerabilità che gli avrebbe permesso di sfuggire a una morte indegna. Metis, orgogliosamente, accettò la sfida. Prima si trasformò, su richiesta di Zeus, in un leone che sputa fuoco. Innanzitutto bisognava provare la mostruosità dell’avversario, come da tradizione. (È da notare che Zeus, quasi inattivo, richiede non ordina, anche nelle parole dunque egli inverte il suo modo di agire.) Poi chiese a Metis se fosse capace di trasformarsi in una goccia d’acqua… suspense, violini stridenti e la voce della donna che rispose “si!”. Zeus sorrise, aveva vinto facile. Di fatto, Metis si trasformò in goccia e Zeus Ingoiatore la tracannò.

La figlia di Metis.
Una medicina è un inganno. Zeus lo sapeva fin troppo bene, e certo non aveva neanche dimenticato che Metis al momento dell’inghiottimento era incinta. Quindi, non era finito niente – e da allora non sarebbe mai finito niente, perché ogni cosa che qui sarebbe finita, anche solo per decreto, sarebbe ricominciata altrove, prima ancora che si trovassero le parole per definirla.
La storia della frattura in effetti è breve. Zeus, un giorno, ebbe un forte mal di testa. Com’è possibile, sicuramente si chiese, che mi accada ciò? Era un mal di testa a grappolo, senza dubbio, di quelli che potrebbero mandarti al manicomio (se ancora ne esistesse uno, che non fosse così infinitamente ampio come la realtà, la società). Bisognava intervenire. Chiamò a sé Prometeo e Efesto: il primo lavorò di visione, tracciò l’angolo esatto dove bisognava incidere; l’altro con l’ascia possente lavorò di industria e spaccò la testa del padre, liberandolo dal dolore. Ora si capisce che se Zeus non avesse preso la decisione che allora adottò, quel dolore sarebbe diventato malattia, tumore, morte – la Moira oscura. Ma questa è anche la storia di Zeus Partoriente: dal suo cranio aperto, che come un secondo utero aveva contenuto l’utero di Metis e la figlia che portava in corpo, venne fuori Atena, armata di intelligenza terrorizzante. L’inganno di Metis, così, aveva vinto sull’inganno di Zeus, dato che il multiforme figlio di Chronos in fin dei conti traccannandola non aveva fatto altro che mettere in luce ancora una volta – se non lo si fosse ben capito – la sua peculiare attitudine, sia vitale che cognitiva: la violenza. Il cerchio ancora una volta si chiude.
E subito si riapre. Atena, come tutti gli altri figli, ora aveva bisogno di onori, di gratifiche. Atena – non dimentichiamo – era una figlia così temuta (ossia stimata) dal padre, che più volte proverà piacere a saggiarne l’intelletto, gioendo della tenacia e della caparbietà della ragazza.
La dea scelse la verginità per tutta la sua esistenza, ben lontana dalla abitudini paterne. Mai amò o si fece piacere gli altri dei, in qualunque forma si presentassero. A lei piacevano gli olivi solitari, resistenti, che sfidano la pietra e il vento. E molti ne coltivò, con sapienza. (E quale astuzia coltivare olivi!) Nessuno le disse niente, lei scelse l’albero più difficile, più solitario. Lo relegò sulle coste, alle intemperie. Le sue radici dovevano essere come la sua mente, prudenti e pazienti. E l’olivo crebbe sulle isole scabre, sui promontori isolati, distante uno dall’altro. Certo è che qualcosa dell’eredità paterna pur doveva apparire manifesto nella vita della giovane, e la coltivazione non rientrava nelle attività del padre, neanche in quelle ludiche. La questione si risolse nella passione che Atena riversò verso i mostri. E quale mostro più tremendo poteva scatenare la passione di Atena – se non l’uomo? Quando Atena Solitaria s’accorse che nell’uomo, oltre alla forza, alla resistenza, viveva anche quel barlume di astuzia, di intelligenza che medita sull’intuizione, di cui lei era portatrice sana, decise che avrebbe preso a coltivarlo con la stessa costanza, con la quale aveva curato gli olivi – anzi anche di più, gli avrebbe insegnato il pensiero molteplice, la sua arte segreta.

L’ulivo di Itaca
Quando Odisseo, l’ultimo favorito della dea, ritornò finalmente a Itaca ricca d’olivi, non riconobbe la sua patria, che era avvolta da una fitta nebbia. Subito immaginò di essere giunto in un altro luogo inospitale, ingannato proprio dai pacifici Feaci, che pure facevano sacrifici a Poseidone, ma di cui subirono l’ira che placa la discordia, soltanto perché c’erano di mezzo Atena e il suo progetto di uomo, l’amato Odisseo. (La decisione di salvarlo avvenne sempre di nascosto, per inganno o meglio consiglio di Atena di sfruttare il momento opportuno, poiché Poseidone non era presente a una riunione di famiglia sull’Olimpo, ma era andato nell’Etiopia bella, Mama Africa, a sollazzarsi un po’). Insomma la nebbia era impenetrabile con lo sguardo, qualche dio gli oscurava la strada. Poi un ragazzo apparve, all’improvviso e come se quella visione fosse ciò che Odisseo aspettava per sentirsi di nuovo sé stesso, subito le sue parole furono cordiali e benevole. – Una parola benevola è un inganno, continua a dire il mito. – Odisseo lo sapeva bene, ma ancora meglio lo sapeva Atena, il ragazzo. (La gioventù è un inganno, diranno qualche secolo dopo i discendenti di Odisseo.) Il giovane stette al gioco e gli chiese chi fosse, che cosa ci facesse lì a Itaca, Odisseo s’inventò naufrago – perché una condizione evidente non si può negare, se può arrecare un beneficio – ma cretese. Atena non aspettava altro, le piaceva ridere raramente e solo per compiacersi dei suoi olivi maturi. “Sei un imbroglione – gli disse, mentre ancora rideva e dissolveva la nebbia e tornava femmina – continui ad ingannare, ma certo non puoi irretire me, perché tu mi appartieni!”. Le parole di Atena furono la lode che le fatiche di Odisseo meritavano.
Il riconoscimento era avvenuto, la parola per poco divenne piuttosto vera. Poi, però, l’inganno non poteva finire – si è detto che non sarebbe mai più finito – e allora: adelante! Odisseo aveva un’ultima sfida: Penelope Tessitrice.
L’arena era pronta. I due contendenti, prudenti. Spettatori, Telemaco e Euriclea. Regista, Atena.
(Poco prima di scendere in contesa, Penelope volle rassicurare Telemaco: se Odisseo era colui che egli diceva, solo lei avrebbe potuto accertarlo. C’era un segreto, un mistero, che solo loro due conoscevano)
“Ho sonno preparami il letto, vecchia” disse Odisseo spazientito a Euriclea quando vide che la mogli non riconosceva il suo corpo fatto più giovane da Atena. Per una volta la sua prudenza vacillò. Atena sorrise – anche un ulivo viene scosso dal vento o bruciato dal sole, pensò.
“Dormi, se vuoi!” sentenziò Penelope. “Porta il letto fuori, Euriclea, è lì che potrò riposare.” aggiunse.
“Com’è possibile? Non si sradica un ulivo con tanta facilità.” Furono le parole stupite di Odisseo e Penelope si sciolse in lacrime. – Un riconoscimento è un inganno. –
Infine, Atena Risolutrice decise che i due avrebbero necessitato di più tempo per raccontarsi i loro vicendevoli inganni, per riversare tutta la memoria possibile uno nella mente dell’altro – e ritardò così il sorgere del Sole.
Odisseo raccontò a Penelope i mostri che aveva visitato, l’immensa paura che il mare nero incuteva nei suoi uomini, la disperazione che l’afferrava continuamente di un eterno naufragio. Eppure tacque di Calipso, che l’aveva occultato, tentando invano di indebolire la sua costanza, di costringerlo a dimenticare. Odisseo era l’ultimo uomo a viaggiare nella materia stessa di cui è fatto l’inganno: mostri cannibali e monocoli; uomini mangiatori del Loto della perdizione; donne che ammaliano e cancellano, che cercano nozze e promettono un’eterna felicità; il mare nero e profondo, con i suoi occhi e le sue bocche voraci e rocciose, ancestrali.
A Odisseo Polymetico, quindi, spettò il compito più difficile: far sì che in lui – nella sua parola – sopravvivesse la memoria della grandezza di Atena, che fosse feconda nel mondo la forza che aveva creato il mondo stesso, nella sua enunciabilità.

O mythos deloi oti…[1]
Restano due cose: la memoria e la morte. Una delle due è un inganno.


[1] “Il mito dimostra che…”


Parenti e altre bestie

Massimiliano Parente, scrittore e gironalista occasionale – come il turista occasionale, cioè quello che te lo ritrovi dove meno te lo aspetti – suscita molto interesse, qui a Crapula e altrove, tanto che anche dove vive il nostro amico che si fa ancora chiamare The Light Carrier, è arrivata notizia e copia dell’ultimo lavoro del suddetto scrittore e scienziato: L’Inumano.

Criticare vuol dire giudicare, ma se un libro è già un giudizio, una lunga serie di giudizi, cosa aggiungere a quanto dice? Cosa dirne? La letteratura non ha più niente da dire, ovvero, dice, parla e sparla, di ogni cosa. Tutto è metanarrazione, anche la narrazione stessa, ed il protagonista è lo scrittore che scrive dello scrittore che scrive, ed il fatto narrato è la scrittura di un libro da scrivere, che non è altro che il libro che si legge, che, però, nella scrittura risulta –mentre lo si legge – un libro da scrivere, che non verrà mai scritto. Forse. Perché scriverlo, in fondo?

L’inumano viene dopo Contronatura. Un nuovo –ennesimo? –  libro “definitivo” dopo il primo “libro definitivo”. Capolavori in serie insomma, capolavori sull’esigenza del capolavoro e sulla insensatezza dello stesso come d’ogni cosa. Epiteti ed ossimori. E ce n’è per tutti. La storia è differente, ma il linguaggio è lo stesso, la mano è la stessa, i bersagli sono sopravvissuti e persino i personaggi. Parente calca anche la mano nella voglia di irritare il lettore con riferimenti alla struttura di Contronatura spiegando alcuni personaggi del primo nel secondo, la Murnau allude alla Porcella e Madame Medusa sta sempre là. Scompare Scarlett. Peccato (era una gran gnocca).

L’inumano è un uomo senza arti –metafora per metafora, una immagine del compimento del concetto s’è incarnata in una forma, piaccia o non piaccia – ed è un ritorno all’informe, se vogliamo. All’era di Planck, in qualche modo. Dall’informe all’informe passando per la breve parentesi della follia della ragione, un nulla nella lunga storia, definita preistorica dalla ubris dell’uomo, dell’universo. Ai critici meno pigri altre considerazioni artistiche. Io sono solo pigro, e non sono un critico. Non mi interessano questioni stilistiche ulteriori, facili tra l’altro da specificare: la divisione in capitoli, la scansione “geologica” degli stessi –accennavo prima all’era di Plank, primo capitolo del libro (a parte l’introduzione), of course – , il linguaggio, la psicologia del Parente attore della fiction di Parente. Ne parlino altri.

È il nesso scientifico che mi interessa qui. Il nesso che la scienza ha con la letteratura. Sulla letteratura. Sulla funzione della letteratura nell’epoca della scienza. Finita la storia, ridotto il pensiero a epifenomeno, a che pro le lettere –  mi sono chiesto –  se, quanto vale la pena di leggere oggi dichiara la fine in qualche modo della letteratura, ed ha senso sia così. Se un secolo fa Proust per capire sé stesso necessitava di anni di riflessioni, oggi con una risonanza magnetica al cervello si riesce ad ottenere una mappa elettrica, chimica, su fredde lastre stampato un resoconto inanimato di quella che un tempo si chiamava anima. I sentimenti? Reazioni chimiche programmate, sperimentate in milioni di anni tra successi ed aborti, pronte ad ottenere in noi quell’eccesso di efficacia o di effetti collaterali che una volta si chiamava pazzia.

Tutto questo Parente, che si spaccia per un “fu” biologo ne L’inumano, lo sa, lo dice, senza remore, lo spiattella insieme alle imprescindibili defecazioni orali in ogni pagina del volume, senza riguardo per il lettore, amico o fratello perduto, di una razza a cui più non si appartiene. Già. Anche il senso di impresa collettiva della letteratura viene oggi giorno meno, come si evince –forzando una metafora – nell’attribuita insensatezza dei premi letterari. La stessa etologia di un Lorentz che pure dava una qualche missione alla specie, oggi sembra superata, irreversibilmente. La chimica è all’origine della biologia, non si scappa. All’origine dell’organico c’è l’inorganico, il grande nulla che tutto avvolge, l’entropia cosmica che tutto rischiara e tutto condanna, poiché non c’è un oltre, e nient’altro da scrivere. È questo il punto. Il cerchio si chiude davvero.

Heidegger dice che la filosofia ha la sua fine e il suo compimento nella scienza. Rorty (nostalgico paroliere) sostiene al contrario che la filosofia continua con la creazione di nuovi codici linguistici nella letteratura. “Ma”, c’è un ma epistemologico: ovvero, uno di questi linguaggi, quello scientifico, appunto, come già cercarono di dire – con scarsi risultati, prendendo alla lettera il primo Wittgenstein – i viennesi di inizio Novecento è privilegiato rispetto agli altri, heideggerianamente (e qui faccio un salto che molti heideggeriani – brutta gente – non approverebbero), il linguaggio della scienza è quello che più mette l’uomo in ascolto delle cose “prossime” (avrebbe detto Nietzsche ).

Se la letteratura sa, capisce, comprende questo, ha poco da dire: o si rende davvero cerchio autoreferenziale, per cui Tizio scrive per chiosare Caio, e tutto il baraccone si erge come costruzione autonoma che non vuole dire l’uomo, ma vuole ergersi a biblioteca della sua storia – mi viene in mente il Giuoco delle perle di vetro, ad esempio –, testimonianza del suo tempo sulla terra, o solo come specchio contemporaneo del tempo terrestre, ovvero intrattenimento.

Le storie confluite nell’Iliade erano strumento di svago della giovane umanità omerica, ed oggi, la letteratura, strumento un tempo di conoscenza del cuore dell’uomo, incalzata dai “cardiologi”, forse, deve rassegnarsi ad essere quella che è sempre stata: intrattenimento appunto, qualcosa da fare perché il proprio tempo non sembri perso, con la differenza che i pastori greci, credevano davvero ai prodigi di Atena ed Achille, e noi, in modo forse un po’ patetico, ci sforziamo di credere ancora in qualcosa di analogo, o forse ci crediamo ancora e ci sforziamo di non credere. O, semplicemente, prosasticamente, la scrittura è solo un mestiere. Come un altro. Come qualunque altro, con un suo sindacato, appunto, la storia della letteratura, e l’evoluzione della narrazione e dello stile.

Epimenide regna sovrano.

The Light Carrier

(Questo articolo si può leggere anche qui)


Edizioni Crapula: Tecnica, tecnica!

Nella collana di Edizioni Crapula compare, qui e ora, un testo, un proemio per una scrittura che non si pone come limite nient’altro che la possibilità, esperita personalmente, di fare della tradizione gioco, commedia. Questo testo di Alfahridi – composto un decennio fa – è un’iniziazione e in quanto tale bisogna essere predisposti ad acclararne i simboli.
Quando il compagno arabo lo concepì, c’erano anche una statua – ricordo – e la sanzione di una pena: usteron proteron, la parola che si getta fuori di sé prima che sia stata digerita. La parola è la condanna di ogni poeta – di ogni Tiresia (Le ninfe sono partite. – T. S. Eliot permettendo!). La parola si fa gesto e angoscia dell’impossibilità di isolarsi dagli altri gesti, ricerca talvolta ciecamente di predire ciò che gli occhi – accecati dalle schegge della letteratura frantumata, maldigerita – non sono in grado di confutare.
Insomma: ognuno si prenda le responsabilità del proprio parlare, perché ciò che, una volta, è stato gettato fuori (c’era anche Derrida, da qualche parte supino) non ritorna dentro se non come residuo di un conato acido.
Ancora: responsabilità.

E una pagina correlata, l’educazione del fauno, su Radio Flanagan

Gesti, please. Gesti umani, molto di più. Pietà. Io, io sì, io invece – non posso. Uno, due, tre: Aborti. L’ho sparata. Ho sparato; sui gesticuli.
Voi – ma se fossi in vena d’indulgenze, una venuzza, direi: diaspore. Uno, due, tre: diaspore d’essere. Roteando le braccia a formare un cerchio conchiuso. Inclusivo. Certo il dramma è l’esclusività, ci si ammazzerebbe per una privazione

Tiresia, l’uomo che è stato donna, poi pescatore e mercante di spezie, suicida infine per un impiego in banca, non avrebbe pietà di voi. E neanch’io.
Certo io non sono stato donna. Un peccato: il piacere contrattivo, la passività  e le altre moine che si vanno dicendo, è un fatto di piani di stile. Si può fare, là da voi: con specie; ribrezzo e desolazione. Si deve fare qua, quaggiù. Così giù che il calore soffoca. Ma poi dipende dalla stagione – altre volte si intirizziscono i piedi.
Ma la specie è crollata, marcita, triturata. Sminuzzata, e sta. Di fatto è ambigua, offende.
Bisognerebbe smettere di andare causa soltanto questo inerte retaggio senile: tanto comunque si muove. È proprio inutile quel movimento particolarmente coinvolgente, implicante. Anche di questo, si giudicherà.

E’ probabile, la materia: i probabili grumi di polvere addensati tra l’alluce e le altre innominabili dita. È la situazione preferibile, quando la sky line sono i piedi sporchi. Orizzonti di grumi. Ma questi peccati di gola, è bene tacere. È una cosa frequente: bisogna saperne di oggetti, e di aneddoti. Non si sa mai: il rubino dello champagne.

Situazione. Posizione. Posti e situati; ordine, please. Alla prossima probabilità di significazione, c’è un premio tutto nuovo. Una nuova indulgenza: silenzio; gesti nuovi, taciuti, zitti.
La minima dispersione è fondamentale. Fondamentale è disperdere il minimo. Bisognerebbe disperdere, quanto meno – possibile. Insomma: tono. Musica.

Una volta Tiresia mi disse “non si vede”. Ma è passato molto tempo. E figurati; se tutta la capacità –  incanalata, puntata, posta e situata – potesse farci vedere.
Un fatto d’inclinazione. Colle palpebre chiuse si può sempre giocare a deformare i riflessi di luce assunti e dargli nomi, del tipo: “Ossessione, usteron proteron”. Si ma, aspetti, dico –  già dare nomi è un usteron proteron.
Tono, sì. Sì: è sempre un passo solo che ci separa dall’informe – ed allora sì, orgie amorfe!

Ma le luci, gli oggetti, i cieli arrugginiti dalle luci, sospesi sui crani eretti dei cipressi…
Sì! Si può durare – anche indefinite circoscrizioni di evento; anche sbavature, simmetrie, circuiti.  Sì!  Soltanto indefinite circoscrizioni di evento. E poi, pezzo pezzo, fare somme.
O no?
Infatti no. Ogni pezzo il cordone aggrappato all’utero dell’altro, una immensa filiazione: complimenti! Poi i figli si sa quando crescono dimenticano.
E l’individuazione non si può toccare. Noli tangere. Tanti ranocchi: ognuno il suo reame, il suo stagno, il suo sedimento.

Si giudicherà. Infatti Tiresia quaggiù finiva sempre così, dicendo si giudicherà, si vedrà. Ma se non si vede, dico io, con tutta la posizione, la situazione, con tutta la mira, come si vedrà non lo so.
Non si può credere, agli uomini che son stati donne. E pescatori. E così. Via. Non si può credere. E’ una cosa triste, non ci sono momenti che non siano estremi, non ci sono momenti.

C’è dell’altro, poi, se la contesa è tra oggettini acefali, gestanti: non bisogna sforzarsi così, c’è il rischio di partorire – mostri.  C’è sempre dell’altro, ad un passo o due.
È quel che dico spesso, dovrei notiziare. Ed allora: tono. Divulgativo. La probabilità di morire è sempre molto alta; quella di sopravvivere sempre troppo alta. I giochi sono fatti. I conati irriflessivi, assuefatti. Compiuti i riti, non si torna indietro. Si raccomanda esercizio. Tecnica, tecnica.


Lo specchio di Hasday ibn Shaprut

Il Gran Visir, che non si è ancora ben capito se è stato riesumato o non è mai morto – ‘sti semiti io non li capisco – ha deciso finalmente di palesarsi, e di mostrarci la sua visione – che sia uno degli ultimi mistici?
Amici di Crapula, che non vi sia di sdegno il tono apocalittico del nostro notabile ospite.
Vale.

Ero un giorno nella mia stanza, in uno dei rari momenti di pace.
Contemplavo le Lettere sante. Fu così che sentii La Presenza manifestarsi e un mondo prese corpo nello specchio. Lo stesso specchio che uso per vestirmi, lo stesso che uso per schiacciare via i punti neri dal mio naso torto.
Non so perché il Signore fece a me questo dono – sono molti i sapienti delle Lettere ed io non sono certo il più degno.
Fu così che mi feci rapire dalla visione e osservai il mio doppio che scompariva fumoso, per fare posto all’immagine di un mondo che non conoscevo.
Vidi un futuro lontano e terribile.
Vidi carri di ferro e aironi d’acciaio che trasportavano uomini e cacavano veleno.
Vidi uomini e donne lamentarsi di una Crisi come di un morbo incurabile, come di una peste che prende l’anima più del corpo e costringe al silenzio.
Vidi una scatola, un artefatto, dove oscuri negromanti intrappolavano tutti i folli e gli inetti del loro mondo, ma incomprensibilmente la gente li ascoltava e si faceva cuocere il cervello, come si fa con l’agnello di Sabato.
Vidi molte cose e di molte ebbi terrore, ma lo sdegno sorpassò la paura, lo sdegno fagocitò lo stupore.
L’ira funesta mi assalì quando vidi che in questo tempo i padri si ergono contro i figli e godono della loro sofferenza. Questi vecchi, queste mummie che hanno portato il loro mondo al collasso, che mangiano fallimento e cacano ideali fallimentari, sono la rovina di quest’ epoca.
Credono che non vi sarà più poesia (perché non sanno scriverla), credono che non vi sarà più musica (perché non sanno ascoltare), credono che non vi saranno più idee. Ah, poveri stolti!
Sono forse loro lo terribile morbo?La Crisi? Che il Signore mi salvi!
Sono forse loro gli odiatori della vita. Costoro mi provocano il vomito.
(Baffò hai sgarrato di cent’anni, ma alla fine ci hai preso).
Pensate, gaudenti di Crapula: c’è in quest’ epoca un inetto che ha scritto persino un libro per dissuadere i giovani dallo scrivere libri. – Cherem su di te e le prossime sette generazioni! –
Dov’ è la filosofia quando serve? Dove sono i martelli per distruggere e ricostruire? Servirebbero ora sul cranio di questa bestia.
Ho guardato un attimo più in là, dove lo specchio voleva mostrami, e ho compreso perché questi odiatori della Creazione si comportano così.
Quest’ impero di plastica sta finendo, il loro potere si sgretola e non riescono a farsene una ragione.
Credevano di essere immortali, ma sbagliavano. Credevano di aver fondato un impero sempiterno… Ah! Signore che mi tocca vedere.
Io ho visto, io ho voltato l’angolo e lo specchio mi ha mostrato la fine di questo regno di plastica. La loro malignità è solo il sospiro della bestia morente.
Già visto già sentito, “già” – ma già che? Inutile! Queste non sono parole, quest’ è puzza di cadavere.
Dio è morto? No. Gli ho parlato l’altro giorno sta risolvendo il problema della Salerno – Reggio Calabria. Si è solo assentato.
Di queste e altre visioni vi parlerò, di mondi che finiscono e di quelli cominciano, della musica che non muore mai e dell’arte che è sempre nei cuori di quelli che non odiano la vita.
E a tutti costoro dico: tenete duro, non abbiate a timore questi stolti, perché presto li spazzerete via e non potranno farci niente.
Le mura di Gerico stanno per crollare, ma  prima che siano ridotte in polvere vi sia di consolazione il cantico:
“Potente come la morte è l’amore, dura come la fossa è la gelosia. Le sue vampe sono vampe di fuoco – fiamma di Dio”.

Hasday Gran visir.


D’eternità o d’avanguardia?

Qualche giorno fa, dopo lunga attesa e vari piccioni viaggiatori – a noi piace l’idea che da qualche parte  nel mondo meccanizzato i piccioni rechino ancora messaggi! – finalmente è arrivato un atteso commensale, si è seduto a tavola con noi, già cotti, e ci ha dato questo foglietto: D’eternità o d’avanguardia su F. Dostoevskij. Ci siamo guardati, io e Fharidi, e abbiamo esultato: “Finalmente!” Poi ci siamo accorti che non ricordavamo più il suo nome battesimale. – Eppure, un nome che importa? -
Ora,  dice di chiamarsi The Light Carrier.

Fahridi e Quijano, eccoci. Mi unisco a voi dopo che avete riposto la palla: si può andare d’accordo su tutto, meno che sul calcio parrebbe, ed allora eccomi a parlare non per mettere d’accordo, non per confrontarci o per scontrarci. In effetti, non so nemmeno bene per cosa, ma so che ho un limite di caratteri ed un argomento di cui parlare. A porla così, è già un gran dire: qualcosa di cui parlare. Quel qualcosa è un monumento, persona fisica e cima spirituale, vetta con aria sottile, profumo d’incenso e zolfo, tanto zolfo, per ricordare l’amarezza anche dell’incenso. Va bene, allora: parliamo di Dostoevskij e facciamolo in ogni caso brevemente, e prospetticamente, in parte minima, focalizzando l’attenzione su quanto meno sfugga a chi scrive in questo momento, senza speranza preventiva di poter guardare in faccia la sua aria sottile.

Qualche giorno fa ebbi modo di confrontarmi con un amico circa l’articolo di Aldo Busi sulla morte di Lucio Dalla, a proposito delle accuse di incoerenza –parolaccia –, che Busi avrebbe rivolto a Dalla, e mi è venuto in mente Dostoevskij. In realtà non credo fosse mai uscito dai miei pensieri, dopo tutto mi sono rituffato a distanza di anni nella sua lettura, e, dopo i suoi capolavori mi sono ritrovato tra le mani il suo Diario di uno scrittore. Evento presentato di proposito come casuale, ma il caso e la vita, e la letteratura, vanno d’accordo solo compenetrati in qualche modo. No, non è un caso che io sia ritornato alla lettura di Dostoevskij, così come non è un caso che accenni a lui, scomodandone la statura per parlare anche di Busi e Dalla, perché se sono le persone a farela Letteratura,  a fare l’Arte, essa non si riduce meramente a loro. L’arte trasfigura, chi? Loro, ovviamente. Ecco perché mi è tornato in mente Dostoevskij, ecco perché ho pensato all’idiozia di un artista che reprime le sue potenzialità creative cantando luoghi comuni e non spogliandosi di quelle viscere che trovano consistenza trasfigurate in versi. Ho ripensato alla figlia morta di Dostoevskij, e di rimando ai discorsi sui bambini di Miskin e sull’ingiustificabilità della loro sofferenza nella voce tragica di Ivan Karamazov, di nuovo agli epilettici Miskin e Smerdjakov e alla rivelazione del “male caduco” che tormentò lungamente lo scrittore, per poi finire col vizio del gioco e la gioventù vissuta in ambienti legati agli anarchici fourierani. Sì, tutto un gran parlare e trattare di estetica e teoria che nega quanto sia evidente e per nulla nascosto al genio, che con abilità da artigiano della parola sappia cesellare tutti i minuscoli e polverosi  dettagli della propria esistenza in edifici incrollabili, lo stesso che rispondendo ai grandi critici dell’epoca in un giornale tra tanti, per alcuni bigotto, lavorando su se stesso tirava fuori tutte le contraddizioni, le iperboli e gli abissi di un uomo che solo per modestia, il Nostro chiamava semplicemente, russo. Non solo russo, appunto, ma, per fortuna russo. Lo “slavismo” di Dostoevskij non è ideologico o nazionalista: nessuno sciovinismo ma la constatazione che per lo scrittore essere russo aveva un qualcosa di provvidenziale.

Di nuovo un cenno alla biografia, in maniera comparata: allegorie che vengono in mente solo quando si sta alla tastiera, e prima impensate. Anche Manzoni –Alessandro, quello che si insegna nelle scuole… –  ebbe un certo giorno della sua vita una “conversione”, descritta in maniera particolareggiata, scenica, orpellata quanto bastava per renderla giustificatrice della messa in opera di un testo motivato ideologicamente. Il sentimento del sacro legato al sentire minuto della povera gente diviene l’artifizio letterario del linguaggio de I promessi sposi, ed il lettore sa che il narratore non ha nulla a che spartire con quei poveracci che parlano come lui, che sono la sua caricatura, lo strumento narrativo di cui ha dovuto avvalersi per riportare i suoi concetti sulla terra. Dostoevskij non ha mai dovuto riportare nulla sulla terra, semmai il contrario, anche in forma letterale: nelle Memorie dal sottosuolo è la terra a parlare, è un “microbo”, un uomo che si repelle, che sa di non essere degno di calpestarla -la terra-, ad ergersi ad eroe, come solo un uomo può fare, da vinto, da contraddetto, da uomo appunto. Giorni fa leggevo, ritornando a Manzoni, un passaggio di Parente in cui, giustamente, sottolineava come Renzo e Lucia dopo il trionfo della Provvidenza perdessero ogni interesse agli occhi di qualsiasi lettore, ed anche di Manzoni a quel punto, che decise, opportunamente di porre termine alla vicenda. Io invece mi sono sempre chiesto che ne sarebbe stato di Alesa Karamazov alla fine del romanzo. Dopo la tragedia che aveva investito i fratelli e prima il padre, avrebbe potuto recuperare il suo ruolo di simbolo della fede incrollabile? L’umanità di Dostoevskij lascerebbe intendere di sì, Alesa è l’ultimo suo Cristo, l’ultima speranza nel cuore dell’uomo, definitivo appello alla ricerca di una innocenza data dalla gratuità dell’amore, di quella purezza morale che nei romanzi maggiori viene chiamata semplicemente “bellezza”.

Mentre in Occidente il pensiero si scopriva inevitabilmente e definitivamente ateo, con Nietzsche che stava per annunciarela Morte di Dio, un artista russo, estremamente colto e consapevole di quanto avveniva in Europa, dedito al gioco, condannato a morte e graziato solo sul patibolo, rovinato dai suoi vizi e tormentato da dolori nel suo fisico, diffidando e smentendo la cultura, vana scopritrice di non-luoghi, credeva nel cuore degli umili, e nel loro ingenuo sentire, nel popolo russo non ancora corrotto dal razionalismo europeo, conservatore e rivoluzionario perciò.  Di fronte alle consolazioni socialiste e al disincanto positivista egli lodava il “bisogno della sofferenza, continuo ed insaziabile, dappertutto e in tutto” del suo popolo, non coinvolto, se non negli strati più elevati nelle vane diatribe ideologiche sulla politica e sulle arti, popolo bambino, espressione di quegli ancestrali tratti dell’esistenza ancora tutti da spiegare nella vita, da trasfigurare in fatti, opere e parole, che “rendono più umana la nostra anima con la loro semplice apparizione fra noi”.  Egli rinveniva nel suo Alesa l’uomo non corrotto dal cinismo civile, l’uomo che è riuscito a rimanere bambino, che ha trovato in una innocenza da fanciulli forse l’ultima speranza di umanesimo possibile.  E l’arte per l’arte allora? E l’arte comprensibile solo dagli artisti? E la metaletteratura? Ed il postmodernismo?  E i Barthes di Barthes? Ghiacci gelidi sedimentatisi prima di giungere alle alte vette dove l’aria si fa sottile…

The Light Carrier


Retrospettiva: Highway 61 Revisited, sulla critica.

Quest’altro sguardo sul passato, più o meno vicino al precedente, è nato dall’esigenza di chiarire una considerazione riguardo alla critica e al suo modo di considerare i propri giudizi – o peggio, opinioni – come verità indiscutibili. Eppure, che la verità sia argomento di critica, esula l’artista dal prenderla in considerazione – e, inganniamoci!, che questo sia un buon risultato per l’arte.

Correva l’anno 1965, l’ironia era stata già inventata da molto tempo. E per contrappasso, s’inventò anche la critica. Erano anni difficili, c’era bisogno di mettersi continuamente in discussione e reinventarsi. E per contrappasso, bisognava anche restare fedeli a sé stessi, coerenti – e qualche volta la domenica andare in chiesa. Bastava contraddirsi o scegliere altro – l’uomo, si sa, quanto ami le contraddizioni, anche solo per contraddirle! – e si incappava in qualche bacchettone moraleggiante che spiattellava ogni tipo di frustrazione personale (anticamente si definiva opinione), tra cui la più ignobile di tutte: l’ingratitudine.
Intanto continuava a correre il 1965. Nel mondo, c’erano focolai e incendi di guerre un po’ ovunque – come oggi! come sempre! –, gli stati del Vecchio e del Nuovo Mondo facevano a gara per la Luna, il Vietnam era diventato d’un tratto così famoso, che anche in Italia se ne parlò e Bob Dylan, il profeta della chitarra acustica come arma di protesta di massa, smise di scrivere canzoni di protesta. (Non a caso il disco del ’64 si chiudeva con un pezzo dal titolo profetico: It’s all over now baby blue.) Come? – si chiesero gli increduli seguaci e tutta la schiera di futuri strimpellatori alla Bob Dylan – il profeta ci abbandona? Ingrato! E che ce ne facciamo ora di tutto il nostro bisogno di idolatria? – Purtroppo per loro dovettero farsene una ragione. Così fecero la cosa che meglio gli riusciva, si cercarono un altro profeta.
Da quel momento in avanti, fino ad oggi, Dylan avrebbe continuato a cambiare pelle regolarmente – e nel caso del 1965, i cambiamenti erano già in piena rivoluzione, che per il ragazzo di Duluth non fu poi cosa ardua scegliere un’altra via, più disilluso e distante da Woody Guthrie, ma più vicino a Ginsberg[1]. La sua fu una scelta poetica. “Chiunque può scrivere canzoni di protesta” affermava Dylan nell’intervista a Santa Monica. Quindi bisognava cambiare. Fu così che gli venne voglia di scrivere Highway 61 Revisited: una commedia amara e dissacrante. Fu una scelta che segnò un solco nella musica e nella poetica di quegli anni – basti solo pensare all’influsso che questa scelta produsse su un gruppo come i Beatles, che proprio in quel periodo conobbero Bob, il resto di questo incontro è ormai storia.

Ora, però, torno al punto di partenza: l’ironia. La poesia di Dylan in questo album subì una svolta, si aprì ad altre immagini, cercando spunti in qualcosa che non fosse la realtà americana, da cui egli si era allontanato. Divenne un beatnik, o quanto meno si improvvisò tale. Da allora la sua poesia si immerse in ciò che è più congeniale, genetico alla poesia in senso ampio: la fantasia, la visione. Ed è proprio l’occhio che guarda dentro il mondo, quasi distaccato e non furioso (come sarà in Blonde on Blonde) ad essere l’elemento portante di tutta questa commedia – di costume certo, ma non era anche il tempo della nascita della cultura Pop? Gli entusiasmi da allora sarebbe durati davvero poco più che quindici minuti, per non parlare dei costumi, appunto!
Quindi, un nuovo impianto poetico, che si fece più visionario, meno narrativo e commemorativo. Niente più domande retoriche, risposte ventilate o speranze assassinate. Ogni cosa divenne parodia e si innestò un gioco di riferimenti letterari continui, in cui l’irriverenza la faceva da padrone. E, qui e ora, entrò in gioco la critica. Che un gruppo di ragazzi in un festival pensasse che Dylan fosse un traditore, fu solo un appiglio per quanti bocciarono il disco, ritenendo Dylan incapace di sostenere uno sforzo poetico così lontano dalla sua precedente vita. E fu così che anche per il ragazzo di Duluth si utilizzò quella deplorevole parola, di cui la critica pare godere particolarmente, quando giunge il momento della stroncatura (anche se è un’eiaculazione precoce!). La parola in questione è: coerenza. Virtù che sembrava mancasse, al cantautore. Bisogna, però, chiarire che cosa significa coerenza, se per il suo raggiungimento è necessario e condizionante che vi sia parità di intenzioni tra ciò che si vive e ciò che si produce in arte. Penso che basti notare come la questione, così posta, comporta inevitabilmente un giudizio morale – fatto che già esula dall’arte. Una critica è una critica, nient’altro che un tautologia.
La questione, però, richiede una considerazione. In Desolation row, nell’ultima strofa, Dylan canta: “non mandarmi più tue lettere a meno che non me le spedisca da via della desolazione”. Questi sono versi emblematici: qui confluisce tutto il senso dell’opera, l’ironia per intera, sia verbale che musicale ( è anche l’unica canzone in acustico!). Inoltre, quanto dice poco prima – “Tutte le persone che menzioni… ho dovuto riordinare le loro facce e assegnare a tutte un altro nome” – è ancora più significativo: ci troviamo di fronte a un’opera-fiume, dove ogni sua parte affluisce in una visione più ampia – ritengo proprio in Desolation row. Così, dalla prima canzone (Like a rolling stones, innalzato dalla critica, dopo, a inno di quell’epoca! Ah, il caso!) fino alla penultima (Just lie Tom Thumb’s blues) tutto converge verso la grande parate del circo, in cui i personaggi delle canzoni precedenti indossano maschere di personaggi famosi, riconoscibili da tutti, così come erano irriconoscibili prima.
E d’altronde, che vi fosse stato un effettivo lavoro poetico, non solo intenzionale, lo testimonia il sarcasmo con cui Dylan tratta la stessa critica, personificata in Mr. Jones – “Sta accadendo qualcosa qua dentro, ma non sai che cosa sia, non è così Mr Jones?”. La domanda potrebbe avere più interpretazioni, questo è innegabile, ma io ritengo che si riferisca proprio al modo in cui la critica tenda a ritenere che quanto non capisce di un’opera d’arte, non debba essere preso in considerazione. Se non è questa presunzione…

Il passo, però, era stato compiuto, il naso elettrificato. Furono pochi quelli che compresero come quel naso cantante potesse stupire di nuovo. Lo scandalo – quindi l’equivoco – fu il passo successivo, necessario.
Poi, sappiamo tutti com’è andata a finire.


[1] Non mi dilungo qui sulla poesia americana, ne farò un post più dettagliato a breve.


La nausea della nausea ovvero l’equivoco del nodo

muse inquietanti

“Dixisse me aliquando paenituit, tacuisse numquam” V. M.

 

 

“Quando finirà l’equivoco? Quando?” Con questa domanda potrebbe iniziare e finire questo post. Potrei disfare ogni mia intenzione di scrivere, alzarmi da questa sedia e andarmene a passeggiare – e forse sarebbe più salutare per me e per voi, avventati avventori di Crapula. Ma non posso. Allora, visto che mi trovo qui seduto, voglio esporvi un mio problema. Così anche io sarò stato – come sono – un individualista. Come ogni individualista vedo le cose per quelle che sono le mia capacità visive,  abusando, come dice l’amico Fharidi, di questo senso, anche perché così è più facile per chiunque capire – vedendo, dico! E così vedo ovunque nodi sciolti. Vedo ovunque questa bellezza disintegrata eppure celebrata. Vedo i romanzi dei nostri contemporanei. Vedo le loro pagine web, i complimenti ricevuti, i dissensi della critica e il plauso per i premi. Vedo, ma vorrei non vedere. Eppure io sono un individualista, anche per me vale solo ed esclusivamente la mia esperienza, fatta di punti di vista – e credetemi, questo mi dilania. Preferirei essere cieco su molte questioni, vorrei non sapere che esiste il modernismo e il post-modernismo, il realismo e il neo-realismo… vorrei, ma ogni desiderio è così istantaneo che non si ha neppure il tempo di desiderarlo, che subito bisogna non-desiderarne un altro. Ecco, ho trovato un nodo, mi dico, e invece è solo un altro grumo di polvere, di quelli che si ammassano sotto i divani della cultura e che quando vengono fuori, sono applauditi, incensati. Come dire: è pur sempre qualcosa. In fondo la cultura letteraria del Novecento è di stampo post-hegeliana: una rivolta ideale contro ogni forma di rivolta concreta. Il vortice espressivo, la dissoluzione di ogni ordine in un ordine più alto: tutto questo è contraddittorio, come ogni altra deriva post-hegeliana in arte, in letteratura. Si dice e si pensa – e non viceversa. Ah la modernità! – che l’annuncio della caduta dei sistemi classici, causata anche dai vorticosi vomiti hegeliani, abbia prodotto un’arte più sincera, perché finalmente l’individuo – meccanicizzato e quindi non libero, direi, ma forse è troppo! – avrebbe potuto esprimersi in piena libertà. Se questo fosse stato uno scherzo, ammetto che non ci avrei trovato nulla di divertente, e se penso che in effetti non si tratta neppure di un inganno ma di verità, allora non mi resta altro che disilludermi – e mai, mai sospendere ogni mio giudizio!

“Allora, quando finisce questo equivoco?” Non ora – è poco, ma sicuro! – perché l’intellettuale sguazza così bene in questa melma, che non si interessa di mettere la testa fuori e respirare. Forse che questo intellettuale vuole morire affogato? No, non credo. Piuttosto vuole essere d’esempio, vuole che anche altri lo seguano, perché affogare è la sua virtù.

“E il nodo?” – mi faccio da solo le domande e mi do anche le risposte, perché santo santo è l’individualismo! Il nodo è stato sciolto, questa è l riposta. Ognuno di quei fanatici del Novecento – santo, santo è il Secolo Ventesimo! – l’ha dipanato in tanti sottili fili, ne ha smembrato la materia di cui era composto e infine – se una fine è possibile –tutti si sono gloriati o disperati delle loro opere (nel gergo del Novecento, la gloria e la disperazione sono praticamente la stessa reazione). E quasi li sento inneggiare, nei miei deliri: “il nodo è sciolto, amico, ti abbiamo dato la possibilità di perderti in ogni labirinto. Noi siamo gli ultimi, quindi solo a noi è toccato in sorte l’ultimo azzardo! Noi abbiamo portato fuori tutto ciò che c’era dentro, abbiamo svuotato ogni parola perché così ci è stato indicato, perché anche noi crediamo!” I fili intanto restano lì, pochi li seguono, in molti si disperano o abbandonano l’impresa. Eppure, c’è la lingua, si dicono coloro che hanno fiuto per gli affari. È dunque la lingua il problema. Non solo la parola in quanto mezzo, ma anche come fine. Forse, ormai, solo come fine. E l’esperienza, mi viene da chiedere a questi idioti, si riverbera nella parola o è substrato, poltiglia, che deve essere modellato? Se fosse così non troverei alcun’altra soluzione al nichilismo. – E, in fondo, non ho mai detto di volerla trovare. – La soluzione scioglie il nodo, ma lascia i fili dipanati e liberi. Crea e inventa limiti ulteriori e disfa il mistero. Forse non dovremmo più pensare che un nodo vada compreso nell’ottica dello scioglimento, ma all’inverso in quello dell’allacciamento. Bisognerà chiedersi che cosa l’ha stretto e continua a serrarlo. Dunque, mi dico, bisogna rimettere assieme tutti i fili, ricominciare da capo. È questo il segno, questo il labirinto. E chi sa, se alla fine della ricerca, almeno per qualche ora potrò riposarmi con Arianna.


Scontro al vertice (III)

Munch Urlo

Incalza la neve; inonda, da fuori, la sala stampa “Black Mamba”.
L’agone è bloccato. Bloom, canonico e calvo,  intima ai due condottieri la pausa.
“Un tè caldo, un latte macchiato. Un vin brulé, come volete.  Ma così non si può andare avanti, non ci son più le condizioni per il capolavoro.”
Schiller ringrazia con riverenza, s’aggiusta la parrucca leggermente inclinata dopo il vantaggio. – “O lo chiamavano Proschinesi?” così pensa Quijano.
Bloom rimugina il fallo in saccoccia, si passa oscenamente la lingua sulle labbra.
Omero invece non pare in vena di consigli. – “Il capolavoro va e viene, disgraziato! Coglione! Moderno!” Fahridi si  legge nel pensiero. “Moderno! Che tragica ironia usare una parola latina per un usteron proteron.” –
Omero non pensa nemmeno – “neanche questo si può dire, Fahridi; non fare l’Heidegger” – alza la spada, l’abbatte tra collo e orecchio di Bloom. Il rosso del sangue sprizzante dalle arterie schizza la candida neve, la testa rotola ai piedi di Omero. – “Il capolavoro pure va e viene, rotola.” Quijano si intromette nel riflusso trasversale –.
Dylan sbuca da sotto la panchina e improvvisa il primo canto funebre naso ed armonica. Gli uomini in campo attendono impalati, freddi.

Fharidi l’arabo non smette un secondo di ridere. “Per fare l’arbitro ci vogliono gambe e polmoni, mica la testa!”
“Quindi niente becchino?” Quijano esita. “Niente arbitro nuovo?” Si fa le domande e risponde. “E allora brindiamo!”

Il telefono squilla. L’arabo e l’ispanico si guardano, infastiditi, mentre quello continua a trillare.
Fharidi si alza, sbuffa.
“Ah! Sei tu!” sbotta Fharidi. “Allora?” È Eracle, inviato esterno, factotum, figlio illegittimo di dio. “Dove moira sei?
“Sono ancora in Tracia, Fahridi, ho avuto da fare, un fatto di pelo, contro pelo… si, ma non mi chiedere particolari.”
“E i pomi delle Esperidi?”Quijano s’incazza, scalcia. “Non lo sa che sono il premio della partita?
“Per mio padre, Fahridi!” Il tuono della sua voce sfonda la cornetta, conflagra dentro Quijano.  “Come grida l’ispanico. I pomi sono qui con me. Mi metto ora in viaggio, dovrete aspettarmi.  Non tarderò molto…”
“Comunque l’agone è bloccato, si scivola e non si vede. L’arbitro acefalo. Aspettiamo. Ma fai presto, figlio d’un padre!”
“No. La partita deve continuare, non c’è tempo. Così dice mio padre. Se lo dice lui… Voi che siete la voce, intanto, tu e quell’altro che dice di essere italico invece è ispanico – ecco, se proprio nevica, trovate un’altro luogo, spalatela, inventate. Giocate.”

“Giochiamo, Quijano?” Fahridi teso contro la finestra dubita con le mani. “E se poi non viene? Sento odore d’inganno..”
“Giochiamo, Fahridi! Che c’importa? Riprendiamoci la parola.” Quijano sghignazza, il santino di Tiresia sorridente nel taschino della camicia – come un amuleto.
“Così è, Quijano. Andiamo, blanditiae fallunt.”

Nel corridoio degli spogliatoi l’aria si è fatta densa. Nietsche passeggia di fronte alla porta. I suoi baffi dicono- o paiono dire: “Un macello! Io, nella porta? Mi aveva giurato l’impostazione, l’aedo!”.
D’improvviso Qujano e Fahridi sono sull’uscio della porta d’ingresso, la luce da dietro li fa indistinti, una sola poltiglia. Nietzsche spalanca la bocca, gli occhi, le mani – e anche il buco più sacro – e infine di uno furono due, e gli passarono davanti i cronisti.

“Si cambia campo” dice Fharidi, senza lasciar trasparire alcuna emozione.

Nietzsche schizza nello spogliatoio, tutto arrizzato. Dopo pochi istanti un tramestio di tacchetti si diffonde per il corridoio, mentre i due cronisti sono già alla fine – e all’inizio!



Retrospettiva: Il silenzio di Cristo e i vostri tamburi adulanti.

Ogni tanto bisogna guardarsi indietro, anche solo per essere sicuri che ciò che si è lasciato  lungo il cammino e tra i nostri passi possa confortarci delle nostre scelte.  Ecco cos’è accaduto: quand’ero più giovane ho rinnegato Dio e ora non ne provo dolore. Eppure mi chiedo ancora che cosa abbia significato quel no urlato davanti a tutti, senza vergogna, perché già allora mi fu chiaro che Dio non sarebbe arrossito rubandomi il mio. Ad aiutarmi nel perseguire la mia scelta mi è stato di conforto La Buona Novella.

Ora, dopo più di dieci anni di ascolti serrati di questo capolavoro della musica (nel senso più ampio e antico), inizio a vederci chiaro. Innanzitutto è l’unico disco in cui de Andrè si è occupato di tutti i testi senza la collaborazione di nessun altro, consegnandoci dunque un’opera in cui la sua voce è più forte e dominante sull’argomento. I brani sono architettati in modo tale da condurre a poco a poco l’ascoltatore verso una visione di Dio umanizzata, per scacciare dalla vista l’immagine di un fantoccio appeso a una croce, che dopo tre giorni risorgerà e brucerà del suo stesso spirito santificato. Quindi a Fabrizio ciò che interessava era l’uomo, la sua miseria legata a qualche ideale irrealizzabile, perché menzognero. E come agisce questa menzogna? Chi ne subisce le conseguenze? La risposta è davanti agli occhi di tutti: Cristo, il figlio offerto in sacrificio per voi. – E noi, per buona educazione, ringraziamo! -

Ecco: il Cristo.  Non parla mai. E perché Cristo, il vero protagonista di tutta questa messa in scena millenaria, non parla mai? Perché de Andrè non gli fa pronunciare neppure un verso di dolore, un sospiro soltanto? La risposta, anche ora, è davanti a voi: ha già parlato troppo, ha già detto tutto ciò che aveva da dire, ora quello che resta da fare – come se non fosse mai successo – è interpretare, di nuovo! Dunque: il silenzio del protagonista, di colui che è causa e soluzione ai mali, è la chiave di volta, per comprendere fino in fondo quest’opera. A ben vedere, poi, la scelta del silenzio pare anche quella più azzeccata. Per tutta la durata del disco si sente la presenza dell’uomo Gesù: lo vediamo, lo conosciamo, ci ha angosciato abbastanza la sua vita – quindi è giusto che siano le voci introno, quelle dei giudici di ogni estrazione morale e sociale a parlare. Così facendo, però, a volte pare sfuggire dalle mani ciò che resta della sua realtà: ancora una volta Cristo è lì, ma non è lì. Ancora una volta appaiono più veri tutti quelli che lo circondano. Il suo silenzio non ci permette un giudizio su di lui, non ci lascia puntare il dito, né tirargli una frustata – e non negate che avreste voluto farlo! Piuttosto – ci dice il silenzioso – prendetevi Maria, mai sazia di lacrime, o Giuseppe, l’uomo più triste, o soffrite per Dimaco e Tito, ma lasciatemi in pace, io e voi non abbiamo proprio niente da condividere.

Ma vengo a voi, che siete l’argomento vero, cioè nascosto e poi palesato.
Avete capito, amici e nemici di Crapula? Avete capito questo silenzio a chi era rivolto? Quale strascico ha avuto? Non meravigliatevi, amici e nemici di Crapula, se sto scrivendo, senza remore, anche contro di voi, gli adulatori. Perché bisogna smettere di credere e divinizzare, perché se non si capisce questo, allora vuol dire che non avete capito un cazzo. Come avrebbe potuto de Andrè -poeta e non cantautore – non mascherare dietro il silenzio del figlio di Dio il suo silenzio, la sua distanza dai fatti? Forse che volete dimenticare la sua ammissione di anarchia? Forse avete gli occhi foderati di venerazione e non ve ne siete accorti? Forse ancora una volta siete scivolati nell’errore di voler innalzare un uomo al di là del proprio destino? E se avete fatto questo, non avete forse frainteso il messaggio rivoluzionario di quest’opera? D’altronde forse voi siete proprio quelli che pensano che a redimere il mondo basta la sua parola – la parola del signore de Andrè.

Ecco: quest’opera parla di voi (di noi!). Ci mette in guardia dal non commettere atti inconsulti. Eppure voi che cosa avete fatto: ancora una volta tutto il contrario di ciò che vi è stato suggerito. Badate:  io , Alonso Quijano, non sono stato esente dal vostro errore, ma l’ho superato per rispetto a chi mi aveva aiutato a uscire dalla stasi della venerazione a tutti i costi, perché mi sono trovato tra di voi e vi ho sentito dire in silenzio “se proprio non possiamo più credere in Cristo o in Dio, forse Frabrizio de Andrè è un dio migliore!”. Eppure è così chiaro dove siete andati a finire, ve lo dice lo stesso de Andrè: non si imita un dio, un dio va temuto e lodato. Quindi: supini e oranti, se proprio non volete che il silenzio vi assordi!

Questo è tutto!*

*La buona novella su Radio Flanagan


Midnight in Paris

Woody

Che cosa succede a un vecchio cinico, quando smette di guardare con diffidenza il mondo? Si potrebbe chiederlo a Woody Allen, e forse negli ultimi anni qualcuno glielo avrà anche già domandato! E Woody, mai parco di irriverenza, ha risposto con quest’ultimo film, del quale la prima cosa che si avverte è la rilassatezza, il senso di placida ammissione che in fin dei conti nei sogni di un cinico può esserci spazio anche per il vero sogno, per il desiderio espresso al fuoco di una lampada magica.

Di magia ce n’è molta in Midnight in Paris- e non parlo di stregoneria -, essa serve tutta ad alleggerire la pesantezza di rapporti umani predefiniti da ruoli predefiniti. Il protagonista (sceneggiatore hollywoodiano di successo e scrittore con poca fiducia) è innamorato pazzo di Parigi, della sua aria melanconica, della sua pioggia e dell’umidità. La sua futura sposa, alta, bionda, un gran bel pezzo di americana, è attratta più dalla passione di essere una turista – quindi di passaggio – in Europa che da quella magia che Parigi simboleggia. Due caratteri inconciliabili – cifra woodiana par exellence – che tendono a scontrarsi fino a separarsi (ma la futura separazione si avverte subito già dalle prime battute, d’altronde questo è un film sul sogno di essere scrittore, di trovarsi il posto più congeniale e magico che allunghi continuamente il tempo del sogno).

In questo film piacevole, dove continuamente Allen cita e fa vedere personaggi e luoghi amati innanzitutto da lui e, solo in maniera posticcia, dal protagonista, il tempo scorre al contrario, a volte pare arrestarsi – ma, dicevo prima, il film narra di un sogno ad occhi aperti e tutto ciò che accade al di fuori del tempo onirico, è routine, di cui però il regista americano pare stanco, sembra quasi non aver più esprit umoristico per quella vita monotona così tanto parodiata durante la sua carriera.

Ora, volendo rispondere più precisamente alla domanda da cui nasce questo post, si potrebbe dire che il cinismo è una forza audace, che si fonda sulla capacità di mantenere solido un giudizio o un’opera d’arte che su esso si regga. Forse proprio per questo motivo anche il dissacrante Woody – ora che è vecchio –  cerca riparo nostalgicamente nei suoi stessi sogni, come tutti quelli che oramai non hanno più necessita di comprendere il mondo, di sondarne il sottosuolo e la superficie, ma preferiscono godere dei loro ultimi giorni più pacificamente.

(Ovviamente, sarò subito smentito  - per averlo chiamato vecchio ripetutamente - da Woody, che  sta preparando una sua versione cinematografica del Decamerone di Boccaccio, quale occasione migliore per il vecchio cinico di rimettere in gioco un po’ della sua originaria verve!)